Quattro secoli fa, a Piedimonte Matese: le carte che raccontano un mondo dimenticato
di Alessio Maceroli
Ci sono ricerche storiche che nascono da una domanda precisa e altre che prendono forma lentamente, seguendo le tracce lasciate dalle carte d’archivio.
Il mio libro Magia, superstizione e clero criminale nell’Italia meridionale. Un caso esemplare: Piedimonte d’Alife, 1591, pubblicato nel 2026 da Laveglia & Carlone, nasce soprattutto da questo secondo percorso: dall’incontro con una documentazione capace di restituire, a distanza di più di quattro secoli, le voci e i conflitti di una comunità del Mezzogiorno.
Non sono partito dalla volontà di raccontare una storia di streghe.
La magia, la superstizione e le accuse rivolte ad alcune persone sono infatti soltanto una parte della vicenda. Quello che emerge dalle fonti è molto più ampio: una società attraversata da conflitti, nella quale la Chiesa cercava di imporre nuovi modelli di disciplina, i poteri feudali difendevano le proprie prerogative e gli abitanti del territorio cercavano, ciascuno a modo proprio, di muoversi dentro questo sistema di autorità.
La storia comincia da un sacerdote
Uno dei personaggi che più colpisce è don Angelo Paterno.
È un sacerdote della diocesi di Alife, ma le carte raccontano una figura molto lontana dall’immagine rassicurante che potremmo associare a un uomo di Chiesa.
Tra il 1586 e il 1590 Paterno è coinvolto in diversi episodi di violenza. Le accuse si accumulano, fino ad arrivare al tentato omicidio del 3 agosto 1590.
A questo punto potrebbe sembrare di trovarsi davanti a un normale procedimento giudiziario.
Non è così.
Seguendo i documenti ci si accorge che il problema diventa rapidamente un altro: chi deve giudicare un sacerdote accusato di un crimine?
Il vescovo rivendica la propria autorità. Le autorità civili intervengono. I testimoni hanno paura. L’imputato cerca di costruire una propria strategia difensiva.
La vicenda di don Angelo Paterno diventa quindi una storia sulla difficoltà di esercitare il potere.
E il suo epilogo, privo di una vera sanzione, è forse ancora più significativo delle accuse che lo avevano preceduto.
La “strega” che non è soltanto una strega
Un altro documento porta il nome di Angela Dea di Ricciardo.
È accusata di fattucchieria.
Potremmo fermarci qui e costruire l’ennesima storia sulla superstizione nel passato. Ma sarebbe riduttivo.
La domanda dello storico è un’altra: chi era Angela Dea? Quale posto occupava nella società? Quali relazioni aveva? Perché il suo comportamento diventa oggetto dell’attenzione delle autorità?
Dietro la parola “fattucchiera” compare così una persona reale.
Questo è uno degli aspetti che considero più affascinanti della ricerca d’archivio: le categorie utilizzate nei documenti dalle autorità possono nascondere una realtà sociale molto più complessa.
La storia non consiste nel ripetere l’accusa contenuta in un processo. Consiste nel cercare di capire perché quell’accusa sia nata e che cosa ci sia dietro.
Anche leggere poteva diventare pericoloso
La vicenda di Vincenzo di Luca d’Amore introduce un altro elemento.
Non ci sono soltanto pratiche magiche. Ci sono anche i libri.
Nella società della fine del Cinquecento la circolazione delle idee è sottoposta a forme di controllo sempre più rigorose. La Riforma cattolica non riguarda soltanto la liturgia o la disciplina dei sacerdoti: riguarda anche i comportamenti, le conoscenze e ciò che può essere letto.
Il caso di Vincenzo mostra dunque quanto fosse delicato il rapporto tra sapere e autorità.
Un libro poteva diventare una prova.
Una conoscenza poteva trasformarsi in un’accusa.
Una pratica tramandata poteva essere interpretata come superstizione.
È un mondo nel quale il confine tra religione, cultura popolare e trasgressione non è affatto semplice.
Il vero protagonista: il potere
A un certo punto, però, la ricerca conduce inevitabilmente a una questione più grande.
Chi comandava realmente?
La risposta non è semplice perché nella Terra di Lavoro di fine Cinquecento esistevano diversi livelli di autorità.
C’era il vescovo.
C’erano i tribunali e gli ufficiali del Regno di Napoli.
C’erano i signori feudali.
C’erano le autorità romane.
E poi c’erano le comunità locali, con le proprie consuetudini, i propri rapporti sociali e le proprie forme di resistenza.
È in questo quadro che assume particolare importanza lo scontro tra Enrico Cino, vescovo di Alife, e Luigi Gaetani, duca di Traetto.
Non è soltanto una controversia tra due uomini.
È uno scontro tra due concezioni dell’autorità.
Il vescovo difende la giurisdizione ecclesiastica; il duca difende le proprie prerogative signorili. Le accuse reciproche diventano strumenti di una battaglia nella quale il problema fondamentale è stabilire fin dove possa arrivare il potere dell’uno e dove cominci quello dell’altro.
Piedimonte, in questo senso, diventa un luogo nel quale si manifesta una questione molto più ampia: il difficile equilibrio tra Chiesa, Stato e poteri locali nell’Italia meridionale dell’età moderna.
Perché studiare una vicenda del 1591?
È una domanda che mi sono posto anch’io durante la ricerca.
Perché dedicare tanto tempo a persone vissute più di quattrocento anni fa?
La risposta sta proprio nelle carte.
Un documento giudiziario può sembrare arido. Può contenere formule, accuse, interrogatori, testimonianze.
Ma dietro quelle formule ci sono persone.
C’è qualcuno che accusa.
Qualcuno che si difende.
Qualcuno che ha paura di testimoniare.
Qualcuno che cerca di proteggere un familiare.
Qualcuno che cerca di conservare il proprio potere.
Ed è attraverso queste persone che una società del passato torna, almeno in parte, a vivere.
La microstoria non è una storia piccola
Il caso di Piedimonte d’Alife dimostra anche quanto possa essere ingannevole definire “locale” una ricerca soltanto perché il suo teatro è un piccolo centro.
Un processo che riguarda un sacerdote può aprire una questione sulla disciplina del clero.
Un’accusa di magia può condurre alla storia dei saperi e della cultura popolare.
Una controversia tra un vescovo e un duca può diventare una pagina sulla natura delle giurisdizioni nell’Antico Regime.
La storia locale, quando è costruita sulle fonti, può dunque diventare uno strumento per interrogare problemi generali.
È questo il senso che ho cercato di dare al volume.
Tornare a Piedimonte attraverso le carte
La cosa che più mi ha interessato, nel corso della ricerca, è stata forse proprio questa: poter guardare Piedimonte d’Alife attraverso gli occhi di uomini e donne vissuti alla fine del Cinquecento.
Non attraverso una memoria costruita nei secoli successivi.
Non attraverso un’immagine idealizzata del passato.
Ma attraverso i conflitti.
Le accuse.
Le paure.
Le testimonianze.
Le strategie di difesa.
I rapporti di potere.
Le carte mostrano una comunità molto più inquieta e complessa di quanto potremmo immaginare.
E proprio per questo straordinariamente interessante.
Magia, superstizione e clero criminale nell’Italia meridionale è nato da questa volontà: riportare alla luce una parte dimenticata della storia di Piedimonte d’Alife e inserirla, attraverso il confronto con la storiografia, nella più ampia storia del Mezzogiorno moderno.
Alla fine, però, rimane una considerazione semplice.
Nel 1591 quelle persone non potevano sapere che quattro secoli dopo qualcuno avrebbe letto le loro vicende.
Noi oggi possiamo farlo.
E forse è proprio questo uno dei compiti più affascinanti dello storico: ascoltare le voci di chi non sapeva che sarebbe stato ascoltato.