Quando ero bambino a Frasso Telesino

di Monsignor Valentino Di Cerbo

Quando ero bambino, la domenica mattina a Frasso era incentrata sugli affari, che i capi famiglia trattavano incontradosi in Piazza, e sul mercato, ma soprattutto sulla parteciazione alla Messa festiva. Le celerazioni più numerose e frequentate erano quelle delle prime ore del mattino: 6.30 a santa Giuliana e al Carmine, cui partecipavano in genere le donne che poi dovevano fare la spesa al mercato e preparare il pranzo festivo; 7.30 a Campanile cui intervenivano le Suore di Gambacorta, le collegiali e molti abitanti degli Arbusti. Negli anni “50, l’Arciprete D’Addio istituì a Messa del Fanciullo delle 9,30. Alle 11,30 c’era la “Messa reta”(nella Chiesa del Corpo di Cristo): una Messa “seria”, molto frequentata dagli uomini che quasi tutti lasciavano i Circoli sociali che chiudevano per mancanza di soci, che andavano in chiesa. Si assisteva al al Rito, in piedi e silenti, mentre il prete (in genere don Vincezino Mosiello) “pigolava” le parole in latino, senza omelia. A questa Messa partecipavano anche gli sposi novelli nella prima “uscita a Messa”. Era un rito triste, silenzioso (nessuno rispodeva, solo il sagrestano) e buio (pochissime o nessuna luce), anche se frequentatissimo (Pensare che adesso è una Messa quasi in via di estinzione…. per mancanza di fedeli). Poi, tutti a casa per il pranzo festivo, in genere, con la pasta fatta in casa.
Nel pomeriggio non c’erano Messe, ma la Piazza si riempiva di gente (giovani, adulti e bambini che passeggiavano caso mai – chi se lo poteva permettere – mangiando un buon gelato artigianale che faceva il BAR di zi’ Vittorio Formichella in Piazza. La domenica pomeriggio mio padre mi dava 10 lire con le quali compravo due gelati crema e cioccolata da 5 lire.
Alle prime ore della sera, tutti (ragazzi, uomini che rientravano dalle catine, dai Circoli o dai bar, donne che nel pomeriggio avevano chiacchierato con le amiche del vicinato…) si tornava a casa, si cenava e si andava a dormire. Finivano così le nostre domeniche con una venatura di tristezza e col pesiero del “travaglio usato” del giorno dopo.
Facevano eccezioni I frequentatori delle bettole che, se alzavano il gomito, o non trovavano la via di casa o filosofeggiavano sulla strada del ritorno importunando qualche povero malcapitato costretto ad ascoltarne le baggianate, gli sfoghi o le rabbie contro Dio, i preti e i politici del paese.

Nella foto: in primo piano il BAR di zi Vittorio (con le porte chiuse), sulla dx un’anta della porta del Circolo Artigiani.
Sulla sin., si intravedono i campanili di s. Giuliana (a dx) e della Chiesa del Corpo di Cristo (‘a Chiesa ‘e sotto), abbattute tra lafine degli anni ’50 (la prima) e la fine degli anni ’60 (la seconda).

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