Quadrophenia

di Claudio Vercelli

Ieri sera mi sono rivisto, dopo diversi anni, Quadrophenia, un film cult del 1979 diretto da Franc Roddam. La struttura drammaturgica è semplice, l’impianto narrativo non di meno. L’immersione in uno spaccato del mondo giovanile britannico, sospeso tra condizione proletaria e desiderio di fuga, con la minuta descrizione della subcultura giovanile mod («Mod is clean living under difficult circumstances»), costituisce la ragione stessa della pellicola. Per chi, come me, ha studiato – e continua a studiare – gli stili di comportamento in pubblico in quanto elementi di coesione nelle aggregazioni di gruppo (le “rivolte dello stile”), a partire dalle dinamiche skinheads (ad esempio, un’altra pellicola importante è Romper Stomper, del 1992, con un allora giovane Russell Crowe), Quadrophenia, nel suo costituire una sorta di raccolta di grida mute, di urla nel silenzio e nel vuoto, può ancora dire molto. Con uno Sting che compare poco dopo il suo esordio. Il 1979 era, d’altro canto, l’anno in cui nel Regno Unito ascendeva alla carica di premier Margaret Hilda Thatcher, con un programma rigidamente “law and order”: sedazione totale degli ultras calcistici; controllo rigoroso delle periferie; lotta all’Ira e sua potenziale distruzione; segmentazione e disintegrazione delle corporazioni sindacali; enfatizzazione di una nuova middle class, non più basata sul reddito da lavoro ma (anche) sull’investimento finanziario. Il rimando ai “disordini giovanili” (Quadrophenia è rivolto più agli anni Sessanta che Settanta, ma c’è un immediato effetto di traslazione temporale), era uno dei cavalli di battaglia del neoconservatorismo di matrice postliberale e liberista. Il film di fatto è lo spin off dell’omonimo album degli Who, che lo avevano firmato nel 1973. La vicenda narrata è semplice: si tratta della parabola discendente di Jimmy, un mod che si scontra, insieme ai suoi amici, con le bande rivali dei rockers. La violenza non è l’obiettivo di fondo ma è comunque parte integrante della ribellione generazionale, vissuta come autoaffermazione attraverso lo stile di condotta, il modo di vestire, gli scooter come mezzi non solo di trasporto bensì di comunicazione del proprio sé e così via. Tutto intorno, nello scompiglio generale, cresce l’isolamento. Non del gruppo (che di fatto poi lo escluderà) ma del protagonista medesimo. Tutto ciò, al netto di quasi una cinquantina d’anni di differenza, mi torna in mente quando vedo le immagini di Caivano e, adesso, di Tor Bella Monaca. Ossia – e lo scrivo per chi lo possa e voglia intendere – mi rammenta la riflessione di Stanley Cohen sul “panico morale”.

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