Poveri comunisti

di Caterina Varzi

Che espressioni come “poveri comunisti” e “inermi e inutili” vengano rivolte a studenti da chi governa l’università e la ricerca è un fatto di eccezionale gravità. Non siamo davanti a una polemica qualunque, ma a un Ministro dell’Università che, di fronte al dissenso studentesco su una riforma che incide direttamente sul loro futuro, rinuncia all’argomentazione per rifugiarsi nell’invettiva. Una contraddizione inaccettabile tra il ruolo che Anna Maria Bernini ricopre, chiamata a presidiare il sapere, il pluralismo e la libertà critica, e le parole che pronuncia, come se la complessità del sistema universitario potesse essere governata a colpi di slogan, riducendo il confronto pubblico a una semplificazione propagandistica anziché a un dibattito di idee. Colpisce, inoltre, come una parte della destra ricorra con sempre maggiore frequenza alla parola “comunisti” ogni qualvolta si trovi di fronte a una critica, a una protesta o a un conflitto sociale. Un uso ossessivo e semplificante, che non descrive la realtà ma la riduce a caricatura, contribuendo a una polarizzazione sempre più evidente nel dibattito pubblico. In questo schema retrivo, ogni forma di dissenso viene automaticamente ricondotta a una contrapposizione binaria e ideologica, fascisti contro comunisti, che appartiene più alla propaganda che alla politica democratica. Ed è proprio questo riflesso, questa incapacità di riconoscere il conflitto come parte fisiologica della vita democratica, a rendere profondamente inquietante il tono e il metodo adottato dalla Ministra, un modo di esercitare il potere che richiama, nei modi più che nei simboli, una concezione autoritaria e illiberale del confronto. Se questa è l’idea di dialogo che proviene dal vertice del Ministero dell’Università, allora il problema non è la protesta degli studenti, ma la concezione stessa dell’istituzione che li dovrebbe rappresentare.

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