Positano, angolo di Paradiso, nido di Essad Bey nella prima metà del Novecento

di Armando Pepe

Meritorio e lodevole è il finanziamento regionale e del ministero della Cultura per un’opera, come questa, che, partendo dalla storia locale si proietta lontano, alla scoperta del Mondo. A cura di Michail Talalay prende corpo la pubblicazione inerente a ESSAD BEY: Un genio in fuga da sé stesso. Vi sono vari contributi, da parte di diversi studiosi che incentrano il loro interesse sullo scrittore Essad Bey, purtroppo poco noto ai più e come tale degno di essere ri-scoperto, e il suo rapporto con uomini, luoghi e cose di Positano, ridente località della Costiera amalfitana. In premessa si osserva che «Essad Bey è sicuramente uno dei più misteriosi scrittori europei del Novecento. Autore di molti libri popolari negli anni ’30, si spense nel 1942 a Positano: il turbante ‘arabo’ che sormonta la stele presso la sua tomba provoca sempre viva curiosità fra i visitatori del locale cimitero. Su di lui sono stati girati vari documentari e scritti diversi libri, il più articolato e famoso è sicuramente quello di Tom Reiss, L’Orientalista. L’ebreo che volle essere un principe musulmano (2006), mentre Romolo Ercolino, nel 2013, nel suo Essad Bey. Scrittore azerbaigiano a Positano ne ha tracciato e ripercorso i momenti di vita nella cittadina costiera. Una polemica accesa scoppiò intorno alla paternità (possibile) del bellissimo romanzo Ali e Nino, pubblicato a Vienna nel 1937 sotto lo pseudonimo Kurbain Said, ora considerato come il Dottor Zivago caucasico e il romanzo ‘nazionale azero’» (p. 7).  I saggi raccolti si snodano lungo un itinerario intellettuale che si alterna tra la fuga dal posto d’origine alla collocazione nel luogo ideale, in cui stare. Si esplicita volutamente una contrapposizione in termini tra cosmopolitismo e piccolo centro paradisiaco, a mo’ dell’Et in Arcadia ego. Nota con acume il curatore Michail Talalay che «Lo scrittore Essad Bey, famoso soprattutto per il romanzo Alì e Nino (firmato però da ‘Kurban Said’ e questo pseudonimo sta suscitando una vivace discussione), scritto in tedesco nel 1937, sorprende per la mancanza di un’identità precisa. Studiando il materiale biografico a disposizione, si nota subito che gli viene attribuito un numero cospicuo di differenti nazionalità: russa, ucraina, ebraica, azera, turca, tedesca, statunitense, araba, persa, georgiana. Se ne può dedurre che la vera identità di questo scrittore è proprio l’assenza di una identità. Tale assenza si traduce in un camaleontismo dovuto, a mio giudizio, non a uno spirito di avventura o a un’indole mistificatoria, bensì a un preciso bisogno di sopravvivenza di successo nei regimi totalitari o autoritari nei quali visse. In realtà tutta la sua breve vita è stata una fuga e la traiettoria di questa, da Baku via Turchia e Germania fino a Positano, apparentemente così bizzarra, è il risultato puntuale del conflitto tra la sua formazione liberale e il contesto politico diverso nel quale veniva a trovarsi. Essad Bey era nato a Kiev (per caso) nel 1905 con il nome di Lev Abramovič Nusenbaum (poi cambiato per Nussimbaum) ma cresciuto fino 15 anni a Baku, in Caucaso – dunque un asiatico, ma di un paese colonizzato da capitali europei in cerca di petrolio. Egli era proprio il figlio di uno di questi imprenditori, un ebreo georgiano russificato, che si trovava a Baku in qualità di venditore di petrolio e quindi viaggiava molto nell’ambito dell’Impero Russo – anche in Ucraina. E naturalmente dopo le drammatiche vicende del Caucaso nell’epoca della Rivoluzione Russa e l’avanzata del potere sovietico, i Nussimbaum dovettero fuggire» (p. 9). Se ne dipana con lena costante e narrazione lievissima la turbolenta esistenza, che non trovava ricetto se non nell’ameno luogo campano prediletto dagli dei.

Tra storia e memoria è condotto anche il secondo intervento, quello di Marco Merlini, laddove osserva che «Venerdì 19 settembre 2008, si svolge una sorprendente cerimonia nel punto più panoramico del piccolo cimitero di Positano, sospeso scenicamente tra il cielo degli dei e gli scogli delle Sirene. Con carrucole e cavi, viene ruotata la stele di una tomba. A ben vedere, il sepolcro è in foggia turca. È sormontato da un turbante in pietra e ha il Corano come guanciale. Sulla lapide, è sbalzato in caratteri arabi il primo versetto della prima Sura del Corano, rivolto dall’arcangelo Gabriele al Profeta Maometto: Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso. È inoltre inciso: sia accolta l’anima di Mohammed Essad Bey, nato a Baku il 20 ottobre 1905 e morto a Positano il 27 agosto 1942. Che Allah gli mostri tutta la sua misericordia. Una fine tragica, una morte prematura. Non aveva nemmeno 37 anni» (p. 15). Esistenza diasporica, eretica ed errante, vivendo da bohémien, nella Berlino della Repubblica di Weimar, negli anni Venti del Novecento, recentemente rivisitata in chiave televisiva dalla serie Babylon Berlin, in onda su Sky, nei viaggi all’interno del caleidoscopico e romantico mondo Ottomano. Fu, purtroppo, simpatizzante del fascismo e del nazismo, configurandosi quale paradosso vivente, poiché «I suoi racconti sulle cariche dei cosacchi e sul massacro degli armeni sono vividi e crudi. I bolscevichi sono bollati come ladri del petrolio. Stalin è ritratto come un bandito del Caucaso, schivo e spietato, assimilabile a un feroce gangster mafioso di Chicago» (p. 59). Di questi paradossi è piena la sua vena creativa, lui che fu il cantore di un mondo perduto. È un libro godibile, ricco di fotografie ed aneddoti e merita comunque una lettura senza disimpegno.

Link al libro:

https://www.centrodiculturaestoriaamalfitana.it/

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