Pietro Calogero
di Carlo Fumian
Oggi si sono svolti i funerali di Pietro Calogero. Non solo un valorosissimo magistrato, ma anche una persona di straordinario spessore etico-morale e dotato di una incrollabile autonomia di giudizio. Non ho mai conosciuto una persona così.
Temevo il momento della sua morte, sia per l’acuto dolore che la perdita di un amico carissimo comporta, sia perché sapevo che ci saremmo trovati al solito punto. Qualcuno, su Repubblica, ha scritto: «Si è spento a Padova a poche ore dal 47esimo anniversario dell’inchiesta (poi in gran parte smontata) che indicava in un gruppo di intellettuali e docenti universitari i vertici delle Brigate Rosse». Pietro Calogero simili scemenze non le ha mai sostenute, ma vaglielo a spiegare a che le sentenze le sputa ma non le legge. Quando si parla di casi giudiziari, bisogna leggere le carte giudiziarie. Sembra semplice, ma non è così per i nostri commentatori e «opinionisti».
Per ricordarlo, riproduco qui parte dell’intervista di Silvia Giralucci a Pietro Calogero, confluita nel volume Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato, scritto nel 2010 dallo stesso Calogero, da Michele Sartori e da me (Laterza, 2010). Ingenuamente, sperammo che il libro servisse a comprendere il fenomeno, sulla base dei fatti. Ingenuamente.
S.G. I reati per i quali Negri è stato riconosciuto colpevole sono reati di opinione oppure sono lesivi di diritti fondamentali della persona e di valori inviolabili della collettività? E a quali pene è stato condannato?
P.C. Premetto che Negri è stato condannato a una pena complessiva superiore a 16 anni di reclusione per reati di natura sia associativa che specifica, con tre distinte sentenze passate in giudicato: la prima è quella emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma nel processo «7 aprile» in data 8 giugno 1987; le altre due sono state emesse, a conclusione di due distinti processi scaturiti da indagini della magistratura milanese collegate con quelle padovane del «7 aprile», dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano rispettivamente il 10 febbraio 1992 e l’8 maggio 1998. Il reato associativo del quale Negri e altri dirigenti autonomi sono stati riconosciuti colpevoli, unitariamente qualificato nella prima delle citate sentenze come associazione sovversiva e banda armata, rispecchia sostanzialmente la struttura dell’accusa formulata, in due capi distinti, negli ordini di cattura del 7 aprile. Non solo infatti si addebita loro di avere promosso, organizzato e diretto, al fine di sovvertire con la violenza gli ordinamenti dello Stato e di provocare la guerra civile e l’insurrezione arma ta, una serie di bande armate costituenti il livello occulto prima di Potere Operaio e poi di Autonomia Operaia Organizzata, coordinate in modo da costituire nel loro complesso un’unica organizzazione. Ma si evidenzia, contestualmente, che gli stessi hanno agito, nella qualità di dirigenti di tale organizzazione, «in accordo tattico e operativo con le Brigate Rosse e altri gruppi ar mati operanti con finalità eversive nel territorio nazionale» per seguendo «la citata strategia insurrezionale attraverso la pratica costante di due sistemi di lotta violenta contro gli ordinamenti dello Stato: la cosiddetta ‘illegalità di massa’ (picchetti violenti, occupazione di case e stabilimenti industriali, sabotaggi di im pianti, autoriduzioni, blocchi stradali, perquisizioni ed espropri proletari, ecc.) e la ‘lotta armata’, terroristica in particolare, concretatesi in attentati, stragi, omicidi, devastazioni e, in genere, in delitti contro l’incolumità pubblica e le persone». Questa duplice configurazione del fenomeno associativo, nella quale si riflette quella entità complessa e informale che nei documenti politici del movimento viene comunemente chiama ta «partito armato», non sarà più modificata nei gradi successivi del giudizio e diventerà definitiva dopo il vaglio favorevole della Corte di Cassazione.
S.G. Per quali reati specifici è stato anche condannato il professor Negri?
P.C. Ricordo sommariamente i più gravi, la cui forza devastante sul sistema di tutela dei diritti fondamentali della persona e dei beni collettivi toglie ogni parvenza di serietà al dubbio sulla natura teoretica del suo impegno politico. In primo luogo, Negri è stato riconosciuto responsabile di concorso anomalo nei fatti di Argelato del 5 dicembre 1974, cioè nella tentata rapina allo zuccherificio di tale località, nell’omici dio del brigadiere dei carabinieri Andrea Lombardini e nel tentato omicidio del carabiniere Gennaro Sciarretta. Dall’insieme degli elementi acquisiti la Corte di Cassazione ha tratto la conclusione che l’impresa criminosa era finalizzata al finanziamento dell’organizzazione di cui Negri era il capo; che lo stesso Negri ne era stato l’ideatore e il mandante; che dopo l’esito sanguinoso dell’impresa sempre Negri intervenne operativamente per assicurare l’espatrio clandestino di alcuni degli autori materiali. Inoltre, quale componente della «segreteria soggettiva» (ossia della struttura di direzione) dell’organizzazione armata Rosso-Brigate Comuniste, Negri partecipò alle riunioni in cui furono deliberate e organizzate le seguenti azioni delittuose, per le quali egli è stato pure condannato in via definitiva: – l’incendio del deposito della Face Standard di Fizzonasco (ottobre 1974), portato a compimento da un nucleo armato di dieci giovani nel quadro di un programma di azioni militari contro le imprese multinazionali, e alla cui organizzazione aveva concorso anche Claudio Carbone, esponente di spicco dei Nap, nell’ambito di un «progetto di aggregazione» di «forze omogenee» e di «generalizzazione della lotta armata come momento di transizione» all’insurrezione; – il sequestro di sei agenti di custodia del carcere di Peru gia, minacciati con una pistola, legati e imbavagliati per favorire l’evasione (non riuscita) del brigatista rosso Massimo Maraschi e di alcuni militanti dell’organizzazione (aprile 1977); – la devastazione della casa circondariale in costruzione di Bergamo, facendovi esplodere vari ordigni ad alto potenziale, e del carcere di Verbania, sempre a mezzo di esplosivi (rispettiva mente nel febbraio e nell’aprile 1977); – tredici rapine a mano armata in banche e aziende private (dal novembre 1975 al giugno 1977) per fini di autofinanzia mento dell’organizzazione; in una di queste ai danni di un’ar meria di Milano (dicembre 1975) i rapinatori si procurarono il bottino di 31 pistole; – l’importazione di 150 kg di esplosivo dalla Svizzera al fine di commettere attentati (estate 1976); – l’occultamento di 23 pistole, la maggior parte delle quali con matricola abrasa e perciò clandestine, in una cascina alla periferia di Milano (ottobre 1976). Per meglio definire la personalità criminale del Negri deve essere infine ricordato che grazie alla sua approvazione l’organizzazione ingaggiò nella primavera del 1974, per esigenze di autofinanziamento, un rapinatore comune evaso dal carcere di San Vittore, Carlo Casirati. L’accordo fu che per i colpi preparati insieme il bottino fosse diviso a metà fra lui e l’organizza zione stessa. E venne espressamente confermato dal docente in occasione di un incontro nel suo appartamento padovano con il Casirati, che da alcuni giorni vi era tenuto nascosto.
S.G. La critica più grave che le è stata rivolta è di aver equiparato l’Autonomia alle Brigate Rosse e di aver accusato i capi autonomi (Negri, Ferrari Bravo, Vesce, Scalzone, Piperno, ecc.) di essere stati capi di quest’ultima organizzazione e il primo, inoltre, concorrente nell’organizzazione e nell’esecuzione del sequestro dell’onorevole Moro: accuse che poi si rivelarono totalmente infondate. Quali spiegazioni può dare in proposito?
P.C. Non ho mai detto né pensato che l’Autonomia Operaia Organizzata e le Brigate Rosse fossero la stessa cosa. Ho cercato di provare che tra queste organizzazioni c’era un’alleanza per un progetto comune, l’insurrezione armata contro lo Stato (o la «guerra civile di lunga durata», secondo la terminologia di Negri), e che per la realizzazione di questo progetto ciascuna organizzazione agiva con mezzi, forze e modalità proprie. Da una parte l’illegalità di massa, comprendente anche la lotta armata non clandestina, praticata dalle strutture organizzate del movimento di massa, cioè dall’Autonomia Operaia Organizzata; dall’altra la lotta armata clandestina, comprendente l’attacco al cuore dello Stato, cioè ai simboli del sistema istituzionale e del comando capitalistico e imperialistico, portata avanti dalle formazioni combattenti e principalmente dalle Br. L’alleanza si manifestava con incontri periodici dei vertici, confronto di linee politiche, elaborazione di programmi da realizzare con iniziative «cumulative» (come quelle di Mirafiori) e, più spesso, con azioni distinte e dialetticamente coordinate al medesimo fine antistituzionale. Quando la convergenza si concretizzava in atti politici e programmi specifici comuni, ad essa si dava il nome di «partito armato». Che costituiva dunque non l’azzeramento della individualità delle due organizzazioni, ma il momento di collegamento e di finalizzazione del loro agire politico proiettato, con forme e tattiche diverse ma coordina te, al raggiungimento dello stesso obiettivo strategico. Un po’ come una coalizione di governo, dove forze politiche distinte cooperano per lo stesso fine adottando scelte programmatiche e iniziative concrete precedentemente concordate e coerenti con il detto fine, pur conservando le loro specifiche individualità. Proprio per questo gli ordini di cattura da me firmati avevano per i vertici, e solo per i vertici, di Autonomia una doppia imputazione: una per aver organizzato e diretto un’associazione denominata Autonomia Operaia e un’altra per aver concorso, partecipando alla definizione di un comune programma politico e alla deliberazione di specifiche azioni comuni, ad organizzare e dirigere anche le Brigate Rosse. Ero convinto, sulla base sia delle prove scoperte nell’archivio di Negri sia della testimonianza di Antonio Romito, che i vertici delle due organizzazioni collaborassero nel definire una strategia, che poi ciascuno perseguiva alla propria maniera: lotta armata per l’attacco al cuore dello Stato le Br, violenza di massa per la disarticolazione del sistema Autonomia Operaia Organizzata.