Piccoli commenti sulla Piccolotti

di Ida Dominijanni

Nei primi anni 2000 ho insegnato Filosofia politica alla facoltà di Lettere di Roma tre. Avevo un gruppo di studenti eccellenti, alcuni dei quali sono poi diventati miei amici e collaboratori irrinunciabili. Fra questi c’era una ragazza di Foligno, particolarmente sensibile all’attualità politica, che chiese una tesi su Judithh Butler. Si chiamava Elisabetta Piccolotti ed era una giovane attivista di Rifondazione comunista. Due anni dopo mi disse che la passione politica la prendeva più della ricerca, e che voleva dedicarcisi a tempo pieno. Cercai di dissuaderla in tutti modi ma senza riuscirci; completò la tesi e si laureò (benissimo), ma la sua scelta di vita era quell’altra. Il resto del suo curriculum, dentro Rifondazione poi con Sel e Sinistra italiana, è pubblico e noto. Di mio aggiungo per testimonianza diretta che il legame con Nicola Fratoianni venne ben dopo, quando Betta era già una dirigente affermata più o meno quanto lui. Ora che tutto questo diventi, nella vulgata avvelenata di destra e di sinistra, che Betta è “la moglie di Fratoianni” per la quale Fratoianni questua un seggio da Letta è francamente miserrimo. E la dice lunga di un paese che del resto ha trovato il modo persino di dire che i libri di Elena Ferrante sono scritti dal (presunto) marito. La sinistra italiana un tempo era intelligente. Per esempio sapeva distinguere la polemica politica, che è sempre lecita, ovviamente anche con Betta, dall’insulto personale. I veleni personalistici nonché misogini che la corrompono adesso sono una causa primaria, non secondaria, della sua attuale rovina.

Poscritto: questo è un post che non chiama un dibattito. Non c’è proprio niente da dibattere.

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