Percy Allum, “è lui chi parla”

di Matteo Cosenza

“È LUI CHI PARLA”
Un tempo c’era il Grand Tour e Napoli era il luogo privilegiato di studiosi, intellettuali, scrittori, artisti, filosofi, pittori. Grande e vera capitale europea, la città affascinava il mondo e diventava laboratorio di studio, di ricerca, di produzione culturale. Mi ci ha fatto pensare la morte di Percy Allum, un inglese che non ha viaggiato da “turista” verso Napoli ma qui vi si è insediato per decenni, quasi una vita intera, lavorando, producendo, insegnando, vivendo. Un Grand Tour diverso, più attuale e moderno, sicuramente molto incisivo se si pensa alla qualità e quantità delle prestazioni del politologo di Reading.
Questa mattina ho trascorso molto e proficuo tempo a leggere i documentati e stimolanti ricordi di persone che lo hanno conosciuto, per tutti cito Ernesto Mazzetti , Mauro Calise e Luciano Brancaccio. Mi ci sono ritrovato avendo avuto anche io la fortuna di frequentare da vicino e per lungo tempo Percy. Erano gli anni indimenticabili della “Voce della Campania” e lui era una presenza non dico quotidiana ma quasi all’undicesimo piano di via Cervantes 55. Scriveva per il periodico, per anni anche con una rubrica con tanto di fotina, ma soprattutto l’aveva scelto – credo come aveva fatto o continuava a fare per “Nord e Sud” di Francesco Compagna – come sede per lavorare, telefonare, scrivere. Si era diventati naturalmente amici tanto che in redazione qualcuno scherzava con il suo italiano ancora impreciso e gli telefonava anonimamente da un’altra stanza per sentirsi rispondere alla domanda se fosse Percy Allum: “è lui chi parla”.
Per dirla tutta, vedemmo nascere in quelle stanze molto del libro che lo rese celebre, “Potere e società a Napoli nel dopoguerra”, il ponderoso volume edito da Einaudi che, dato dopo dato, numeri alla mano, biografie sviscerate, relazioni ricostruite, parentele passato al microscopio, restituì all’opinione pubblica il complesso palazzo del potere di Lauro e, soprattutto, dei Gava. Ce ne regalò un pezzo importante con il suo capitolo, il ventisettesimo della “Storia della Campania” che realizzammo a fascicoli con il giornale, “La Campania: politica e potere 1945-1975”.
Ha scritto tanto altro ancora, ha insegnato per anni anche al nostro “Orientale”, avendo sempre un piede qui e un altro in Inghilterra, da dove non cessava mai di tenere lo sguardo verso di noi anche “dipingendo immagini di Napoli”. Figura poliedrica e a volte anche eccentrica, un inglese-napoletano dal ciuffo svolazzante, ha conquistato a suo modo un posto significativo nella storia culturale e, direi, politica della città. Alla quale è rimasto sempre legato. In un’intervista di qualche anno fa ne diede un’ennesima prova, quando a Giovanni Santaniello che gli chiedeva, a proposito di Castellammare se «oggi non è più tempo di quei “vicerè” e di quel sistema di potere contro cui tanto ha scritto: non ci sono più né Lauro, né Silvio né Antonio Gava…», rispose: «Negli anni Sessanta si sperava che un partito progressista al posto della Dc potesse cambiare le cose. Invece, mi rendo conto che il vecchio ha annullato il nuovo o che il nuovo è stato annullato dal vecchio…». E chissà che non avesse ragione.

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