Per un ritratto globale della diplomazia italiana

di Luigi Morrone

Encomiabile iniziativa della Mondadori, che colma una lacuna storiografica, con il saggio di Luciano Monzali “La diplomazia italiana dal Risorgimento alla Prima Repubblica”.
La politica estera dell’Italia Unita, infatti, non era stata oggetto di uno studio condotto ex professo e non a caso tale studio è opera di uno studioso sempre attento alle implicazioni internazionali degli eventi storici oggetto delle sue analisi.
Afferma nella presentazione del libro l’ambasciatore Stefano Baldi: «questo volume costituisce un pezzo particolarmente rilevante di un disegno volto a dare una solida base a quel prestigio e rispetto che viene riconosciuto alla diplomazia italiana, nel nostro Paese e all’estero».
Ed in effetti, il prestigio di cui gode la diplomazia italiana è frutto di un lavorìo incessante di uomini dediti al bene pubblico e con un alto senso dello Stato, districatisi nelle difficoltà insite negli snodi fondamentali della nostra storia: necessità di costruire una diplomazia unitaria dalle politiche internazionali spesso in conflitto tra loro degli stati preunitari, di “costruire” il prestigio internazionale di uno stato neo formato, di districarsi tra i “venti di guerra” che spiravano in Europa a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, di gestire il primo dopoguerra, di conciliare la sostanziale cultura liberale della classe diplomatica con la politica del regime fascista, di ricostruire la personalità internazionale dell’Italia dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale.
Ed il prestigio della classe diplomatica non può non ridondare sul prestigio internazionale di un intero Paese, a onta di certi pregiudizi, stigmatizzati dall’Autore, che vedono la diplomazia «come un corpo dello Stato elitario e conservatore, animato e caratterizzato da valori reazionari non in linea con quelli della società nazionale nel suo complesso, nonché come un soggetto secondario e talvolta nocivo del processo decisionale del Paese in campo internazionale».
Lo studio si dipana dalle origini della diplomazia unitaria costituita dall’os-satura del corpo diplomatico del Regno di Sardegna (che portava con sé quasi un millennio di esperienza stratificata di politiche internazionali della dinastia sabauda), arricchito da massicci inserimenti di diplomatici provenienti dagli Stati preunitari (in particolare il Granducato di Toscana ed il Regno delle Due Sicilie) e caratterizzata da un respiro culturale di stampo “europeo”, nella consapevolezza dell’influenza degli stati europei nella costruzione dello stato unitario.
Monzali non manca di rimarcare l’impreparazione della classe diplomatica di fine Ottocento, attribuendo proprio a tale inadeguatezza le cause della sconfitta nella prima guerra italo etiopica.
La guerra italo turca del 1911 e la Prima guerra mondiale furono frutto di iniziative politiche, a cui resta sostanzialmente estranea la classe diplomatica, tradizionalmente molto prudente e non incline all’interventismo.
«La guerra mondiale sconvolse i valori sociali, culturali e politici delle società europee. In Italia questo sconvolgimento produsse la crisi del potere liberale, con il sorgere di nuovi partiti e la mobilitazione politica di fasce sociali – alcuni ceti popolari e piccolo-borghesi – fino a quel momento estranee al sistema politico egemonizzato dai liberali. L’ascesa del fascismo fu l’espressione di questo mutamento politico e culturale della società italiana, che mise in discussione le istituzioni e i valori dello Stato liberale e parlamentare».
Proprio l’ascesa del Fascismo fece abortire il progetto dell’ambasciatore Carlo Sforza (ministro degli Esteri del governo Giolitti 1920-1921) di “modernizzare” la classe diplomatica: Mussolini disprezzava i diplomatici come corpo sociale chiuso e retrogrado e gli “intransigenti” pretendevano una “fascistizzazione” del corpo diplomatico, ritenuto non a torto legato all’establishment prefascista. Tuttavia, con l’infittirsi delle relazioni internazionali, Mussolini non poté fare a meno di comprendere l’utilità che i diplomatici potevano avere per i suoi progetti politici e, d’altro canto, pur nella loro formazione di stampo liberale, i diplomatici accolsero l’avvento del Fascismo come un’occasione di accrescere il prestigio internazionale dell’Italia, specie in seguito alle polemiche sulla “Vittoria Mutilata” seguita al mancato riconoscimento di rivendicazioni territoriali italiane dopo la Grande Guerra.
D’altro canto, fino alla guerra di Etiopia, la politica estera fascista non si discostò da quella dei governi liberali: rafforzamento dell’influenza politica ed economica italiana nei Balcani e nel Mediterraneo, ricerca di spazi per un’espansione coloniale in Africa, tentativo di fare crescere il peso internazionale dell’Italia in Europa cercando di divenire l’ago della bilancia fra Francia, Gran Bretagna e la risorgente Germania.
La svolta ci fu con le sanzioni della Società delle Nazioni, la guerra di Etiopia, e la contestuale ascesa a Palazzo Chigi (sede del Ministero degli Esteri) di Galeazzo Ciano, il “genero di regime”, marito di Edda Mussolini, primogenita del Duce.
Al mutamento della politica estera italiana, Ciano, con il beneplacito di Mussolini, procedette all’accantonamento o all’emarginazione di quei diplomatici che avevano incarnato la precedente politica di collaborazione con la Francia e la Gran Bretagna o che rappresentavano la tradizione politica prefascista.
La fondazione dell’Impero coinvolse nell’entusiasmo generalizzato degli “anni del consenso” anche una diplomazia convinta che l’Italia fosse ormai una grande potenza mondiale, uno Stato «forte», che doveva considerarsi pari all’Impero britannico, agli Stati Uniti, alla Germania.
Pur residuando sacche di divergenza (significativa la posizione dissenziente di Suvich, che venne infatti dapprima emarginato negli SUA e poi collocato a riposo), dunque, il corpo diplomatico, nel sua “asse medio”, seguì il Regime nella sua politica di potenza.
Fu proprio alle figure emblematiche dell’«afascismo» diplomatico che si rivolse la Prima Repubblica per ricostruire una politica estera nazionale in seguito al disastro bellico.
La classe politica postfascista a tal fine si rivolse a personalità come Prunas, Quaroni e Sforza, fedeli alla cultura liberale-nazionale e realista della diplomazia italiana.
Soprattutto Renato Prunas, vero perno della rifondazione diplomatica dell’Italia del secondo dopoguerra.
Il saggio riprende studi già pubblicati da Monzali, che qui vengono ampliati ed approfonditi, analizzando figure – cardine della diplomazia italiana. Se, come si è detto, «la storia cammina con le gambe degli uomini” e – dunque – l’analisi biografica è uno strumento efficacissimo per “scrivere ragione”, a maggior ragione tale strumento è efficace per la storia diplomatica, attesa l’importanza capitale che la persona del diplomatico nell’impostazione delle strategie internazionali.
Vengono, dunque, analizzate in profondità le figure di alcuni diplomatici protagonisti della politica internazionale dell’Italia: Raffaele Guariglia, Pietro Quaroni, Roberto Ducci, Roberto Gaja, Luigi Vittorio Ferraris, ricostruendo la politica internazionale dell’Italia attraverso i vari regimi e le varie temperie storiche attraverso l’analisi dei protagonisti dell’azione diplomatica.

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