Per un probabile Dottorato in Studi Religiosi

di Paolo Scarpi

Qualche appunto e qualche considerazione sul Dottorato di interesse nazionale in studi religiosi
Di Paolo Scarpi

Circola da qualche tempo, anche se a me è pervenuta per vie traverse solo recentemente – del resto sono ormai pensionato e pertanto rottamato, ma ciò mi consente di parlare con maggiore libertà –, una proposta di costituzione di un «Dottorato di interesse nazionale in studi religiosi» (acronimo: DNSR, con la scomparsa di «interesse»), costituita di tre documenti, priva tuttavia di ogni indicazione del promotore o dei promotori. Si sospetta quale ne sia il nome ma, poiché non figura in nessuna pagina della proposta, non lo farò. Questi tre documenti mi giungono accompagnati da una lettera molto critica di un collega, i cui contenuti condivido. Non sapendo se gradisca che il suo nome sia reso pubblico, non lo nominerò. Sono critiche molto puntuali e precise, tra le quali meritano di essere sottolineati il riscontro di «scarsi riferimenti alla dimensione storica e soprattutto un’impacciata menzione delle discipline classiche (suppongo il greco ed il latino) definite “ancillari”» (il riferimento è al § 1.a.iii del Brogliaccio della struttura). Non v’è dubbio che ridurre ad ancillari le discipline classiche rivela una chiara perdita di prospettiva storica nonché di contenuti, ma è altrettanto vero che lascia perplessi l’associazione delle «discipline ancillari classiche» con l’HPC-based in un contesto che si propone di costruire «un luogo di formazione e coltivazione di un sapere specialistico», un sapere che sarebbe tale «nel suo taglio epistemologico e nel parco delle discipline ancillari classiche e HPC-based». È inevitabile chiedersi come possa uno strumento essere elemento determinante per formare e coltivare un sapere specialistico, sul medesimo piano delle discipline ancillari e del taglio epistemologico, taglio che può essere però tale solo in presenza di un definito statuto epistemologico, che qui non si riesce a rintracciare.
La proposta è ambiziosa, con un impianto manifestamente aziendalistico, con ampio spazio dedicato alla governance e alla raccolta dei fondi per farlo funzionare. Tuttavia, dal punto di vista dei contenuti e, appunto, dello statuto epistemologico, appare totalmente carente. Da una parte questo Dottorato si configura come un contenitore che nell’intestazione (studi religiosi) replica il vuoto dei Religious Studies, decisamente sprovvisti di statuto epistemologico, come già io ebbi a denunciare in alcuni scritti, e fortemente condizionati da ipoteche confessionali; dall’altra, come ha giustamente sottolineato l’autore della lettera di cui sopra, «l’impianto [di questa proposta] appare altamente confessionale e unilaterale, soprattutto nel momento in cui di fatto reduplica curricula specifici solo per il mondo “abramitico”, dato che indica tre aree come ebraismo, cristianesimo e islam, per poi lasciarne una quinta in cui i “diritti” di tali religioni tornano ad essere prioritari». E qui ci si può chiedere dove stia quell’altra forma religiosa che della prima e più antica delle tre abramitiche è stata all’origine o ne è stata causa. Eliminata perché incrinerebbe la solidità del castello monoteista o relegata in uno spazio in cui vengono rinchiuse le minoranze?
L’Italia ha una disciplina, la Storia delle religioni, certamente difficile e talvolta praticata in maniera discutibile, ma il cui statuto epistemologico esiste ed è stato il frutto di una profonda riflessione di non pochi studiosi, disciplina aconfessionale e sempre critica nei confronti di approcci al fatto religioso condizionati da ipoteche teologiche. Di essa non v’è traccia ⲻ per chi ne sia a conoscenza individuabile solo grazie al SSD. Del resto la Storia delle religioni non è presente nemmeno tra i campi di ricerca dell’European Research Council, nella sezione SH3_10 Religious studies, ritual;
symbolic representation (proprio al singolare) ⲻ presente però e non si sa perché in SH6_13 Gender history, cultural history, history of collective identities and memories, history of religions , probabilmente da intendere come storia religiosa. La sezione SH3_10 appare comunque ridotta rispetto a una precedente SH2_4, in cui si poteva leggere: Myth, ritual, symbolic representations, religious studies, ma dove già era assente la Storia delle religioni (History of religions). L’attuale limitazione dello spazio dedicato a questi delicatissimi studi, con in più l’assenza della Storia delle religioni o la sua riduzione a storia religiosa, è evidentemente il prodotto di una volontà. Considerando la struttura del Dottorato (DNSR) e le osservazioni sin qui fatte ⲻ e molte altre se ne potrebbero fare ⲻ è facile intravedere la matrice e con essa l’obiettivo, che evidentemente consiste nel lasciare ai singoli sistemi religiosi la gestione delle proprie storie, mentre nella proposta non rilevo nulla di propriamente scientifico e nemmeno affiora un’idea di comparativismo. Uno storico del cristianesimo ha chiuso un suo recentissimo contributo con queste parole: «… il futuro della Storia delle religioni, a cominciare dalla sua collocazione universitaria, può essere portato avanti con prospettive di successo collocandola, nel modo che più le si confà, all’interno di una disciplina in divenire come quella delle Scienze della religione.» Non mancava che scrivesse «Religione», ma l’ipoteca confessionale e teologica è in ogni caso manifesta in quel termine, religione, al singolare. E proprio da qui emerge l’assunzione acritica del concetto di religione in una prospettiva cristiano-centrica e pure euro-centrica. Religione è concetto alquanto indefinito nei fatti storici come in quelli dottrinali, che non siano appunto confessionali. Non sono mai riuscito a trovarne una definizione giuridica e la nostra Costituzione rivela un certo balbettio nell’affrontare il tema delle altre confessioni religiose, lasciato oscuro anche dal nuovo accordo Stato Chiesa del 18 febbraio 1984.
Nonostante le petizioni di principio, nonostante la presenza di più di venti sedi universitarie e organi di ricerca italiani – non è chiaro se abbiano già aderito o meno né li ho contati tutti –, nonostante la pretesa alquanto provinciale di voler avere un numero di docenti stranieri maggiore di quelli italiani (forse perché gli studiosi italiani che si occupano di questo oggetto non sono sufficientemente condizionati da ipoteche confessionali o teologiche? o non sono sufficientemente preparati teologicamente?), questa proposta non solo lascia perplessi, ma appare preoccupante, perché, oltre a essere uno strumento per drenare denaro – esplicito è il richiamo al PNRR -, nella sua macchinosità e complessità burocratica, nella sua approssimazione anche dal punto di vista dell’esposizione ⲻ è banalmente scritta male ⲻ, farà morire per asfissia o farà abortire dottorati – sic stantibus rebus – scientificamente più coerenti e con chiari statuti epistemologici e contemporaneamente danneggerà i pochi ma produttivi corsi di laurea magistrale in Scienze delle religioni attivi sul territorio nazionale. Quale certezza v’è che le commissioni di ammissione siano veramente neutrali vista l’impostazione di questo Dottorato? Se fosse finanziato da una qualche chiesa o confessione religiosa, forse nessuno avrebbe qualcosa da dire, ma credo che se dovesse essere lo stato a finanziare questa macchina dispersiva, costosa e con il rischio che operi ad excludendum, più di qualcuno non solo solleverebbe il sopracciglio ma farebbe sentire la sua voce.

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