Per Nicola Tranfaglia

di Brunello Mantelli

Nicola avrebbe compiuto 83 anni il 2 ottobre prossimo. Un’età sicuramente avanzata ma per i nostri tempi non eccezionale. Purtroppo, però, aveva già iniziato a lasciarci alcune settimane fa, quando era stato sciaguratamente colpito da un insulto cerebrale devastante.

Lo conobbi esattamente 51 anni fa, nel 1970, quando Alessandro Galante Garrone, che alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino teneva allora come incaricato il secondo insegnamento di Storia del Risorgimento, da lui dilatato almeno sino alla fine della Seconda guerra mondiale, consigliò a me ed a Fabio Levi, che gli avevamo chiesto la tesi, di rivolgerci proprio a Nicola Tranfaglia, che dopo aver insegnato per un breve periodo a Scienze Politiche stava passando a Lettere e Filosofia come professore ordinario di Storia Contemporanea, il primo docente ufficiale della disciplina presso l’Ateneo subalpino.

Divenni suo allievo, poi – come numerosi altri suoi allievi – suo collaboratore e successivamente suo coautore.

Nicola, figlio di un magistrato di orientamento comunista e quindi costretto a peregrinare per sedi disagiate, si formò a stretto contatto con il milieu culturale meridionalista d’impronta liberalsocialista; tra le sue prime scritture saggi apparsi su “Nord e Sud”, la rivista di Francesco Compagna. Un’impronta che si rafforzò ulteriormente con il suo trasferirsi a Torino, dove interagì con l’ambiente e le reti azioniste assumendo la direzione del periodico “Resistenza”, idealmente continuatore di “Giustizia e Libertà”. Un rapporto non esente da conflitti talvolta aspri, ma – ritengo – cruciale per il completo definirsi della sua personalità e del suo orientamento ideale e conseguentemente politico.

Una personalità dominata da quattro passioni, quattro demoni: la storia, chiave per la comprensione del presente; la militanza, intellettuale prima di tutto ma non aliena dal farsi all’occorrenza anche direttamente politica; il giornalismo, inteso – secondo la lezione giacobina – come strumento di acculturazione e rischiaramento; l’alta divulgazione, che lo portò a farsi organizzatore culturale, promotore e costruttore di numerose imprese editoriali collettive, in cui scelse di coinvolgere studiosi di varie generazioni, anche all’inizio del loro percorso, senza preclusione alcuna. Inclusivo sempre, ma mai corrivo; uomo di carattere e perciò non facile, come testimonia il rapporto che ebbi con lui, costante ma non esente da momenti di forte divaricazione.

Quattro demoni quelli citati la cui convivenza non fu sempre facile ed equilibrata, ma che vanno tutti tenuti presente nella lettura e considerazione dei suoi scritti, che altrimenti, se avesse scelto per esempio di dedicarsi solo alla storiografia, non avrebbero avuto la sua, inconfondibile, impronta.

Mi auguro sarà possibile, sotto l’egida della SISSCo, ricordarlo come merita.

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