Pensieri extravaganti, 12

di Antonio Musarra

Pensieri extravaganti 12
“E chiamò ciascuno per nome”

C’è un’immagine che resterà nella memoria di questo tempo più di molte fotografie di guerra: nella chiesa di Casaglia, a Monte Sole – dove, nel settembre del 1944, i nazifascisti sterminarono 770 civili, tra cui 52 bambini -, il cardinale Matteo Maria Zuppi ha preso in mano una lista e ha iniziato a leggere. 12.227 nomi. 12.211 bambini palestinesi uccisi a Gaza, 16 bambini israeliani uccisi nel pogrom del 7 ottobre. Nome dopo nome, senza salti, senza abbreviazioni. Ore di lettura, per restituire voce a chi era stato ridotto al silenzio. In quell’elenco scandito riecheggiava la notte di Betlemme, quando la violenza del potere si abbatteva sugli innocenti e il pianto delle madri si confondeva col sangue versato. No: non è stata una commemorazione. È stata una deposizione. Un atto di accusa contro l’umanità.

Un gesto che acquista un significato ancora più radicale se letto alla luce della tradizione ebraica, per cui il nome non è una semplice etichetta, ma un frammento d’identità, una particella di eternità. In ebraico, shem (שֵׁם) significa “nome”, ma anche “memoria” e “presenza”: ciò che permette al giusto di “non essere cancellato dalla terra dei viventi”. Dare un nome è un atto di creazione (Gn 2,19-20), pronunciarlo è un atto di riconoscimento, cancellarlo è un atto di morte. Non a caso, la damnatio memoriae più radicale presente nella Bibbia ebraica è l’“oblio del nome” (Deut 25,19: “cancellerai il ricordo di Amalek sotto il cielo”). Il grande memoriale di Yad Vashem (יד ושם, “un monumento e un nome”: Is 56,5) ricorda che senza nome non c’è memoria, e senza memoria non c’è giustizia.

Leggendo quei nomi, il cardinal Zuppi – e, dietro di lui, Papa Leone – ha compiuto un gesto profondamente ebraico nella sua essenza: ha restituito a quei bambini ciò che la durezza di cuore dell’uomo, di ogni partito o fede, voleva sottrarre loro: l’esistenza stessa. Li ha strappati, uno a uno, senza distinzioni di fede o cultura, alla volontà cieca di distruzione ed eradicamento, alla statistica, alla categoria del “danno collaterale”, espressione oscena di cui i benpensanti si riempiono la bocca, restituendoli alla comunità dei viventi. Un vescovo cattolico ha agito come shomer (שומר), “vigilante”, custode della memoria. Supplendo a una funzione che da altri ci saremmo attesi.

Dal 7 ottobre 2023, Gaza è stata trasformata in un laboratorio di annientamento: oltre 60.000 palestinesi uccisi, più della metà donne e bambini; più di 145.000 feriti; migliaia di dispersi sotto le macerie (ONU; Reuters). La stessa logica si espande in Cisgiordania: in 21 mesi, oltre 500 palestinesi uccisi, tra cui almeno 94 bambini (OCHA); oltre 2.200 attacchi di coloni contro comunità palestinesi, con 303 feriti solo nel 2025; più di 680 sfollati per demolizioni e oltre 40.000 persone costrette alla fuga dalle operazioni militari israeliane: il più alto livello di sfollamento dal 1967 (ONU). Raid. Demolizioni. Deportazioni. Ciò che un tempo era eccezione è diventato la regola. Questo è ciò che accade: documentato, verificabile, incontestabile. E, tuttavia, negato, minimizzato, ridotto a “necessità di sicurezza” dal sistema mediatico, politico, intellettuale di numerosi paesi, compreso il nostro.

Ma dietro ogni cifra, dietro ogni statistica, c’è una volontà precisa: spegnere la memoria di chi è stato colpito, cancellarne il nome, trasformare l’assenza in oblio. Qui sta il paradosso più crudele, e la bestemmia morale: non siamo più nella logica del “conflitto”; siamo nel luogo in cui il nome, invece di essere custodito, viene deliberatamente cancellato. La retorica della sicurezza, la disumanizzazione sistematica, l’impunità garantita dal silenzio internazionale non solo uccidono corpi: frantumano la possibilità stessa di dire “io” e “tu”. Per questo, il gesto di Zuppi è un atto politico, oltre che spirituale. Politico, perché riafferma la centralità della persona concreta contro l’astrazione genocidaria. Spirituale, perché restituisce all’idea di Dio la sua condizione minima: essere il garante che nessun nome vada perduto. Chi crede sa che davanti a Dio ogni nome è inciso sul palmo della Sua mano (Is 49,16); chi non crede può capire, almeno, che senza i nomi non esiste l’umanità. Zuppi non ha salvato quelle vite, ma ha impedito che fossero cancellate due volte: nella carne e nella memoria. E nel farlo, ha dimostrato che chiamare per nome è la forma più radicale di resistenza. Perché impone vergogna.

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