Paura, guerra e grida nel silenzio degli spari in Afghanistan: l’arte e la denuncia di Shamsia Hassani

di Anna Raimo

Le opere d’arte riescono a colpire anche i più ciechi perché con la forza delle immagini disarmano e purificano anche i cuori più insensibili.  È proprio questo l’obiettivo del lavoro di Shamsia Hassani, già professoressa di scultura all’Università di Kabul. La sua arte, figurazione di parola di guerra e paura, è riuscita in meno di un mese ad imporsi all’attenzione di tutto il mondo. I suoi quadri e i suoi murales sono presenti nelle bacheche di tutti i social network, permettendoci di vedere (e vivere) la sofferenza delle donne e dei bambini afghani.

Ma chi è questa coraggiosa donna, che grida al mondo l’orrore talebano? Da dove viene? Con chi e come si è formata? Che cosa l’ha influenzata? Oggi parleremo di questa giovane donna, che da anni opera per mostrare i sogni, le paure e soprattutto le speranze di un popolo distrutto dalle guerre.

Chi è Shamsia Hassani?

Shamsia Hassani è nata nel 1988 a Teheran e fin da bambina ha provato sulla sua pelle la durezza della guerra, dato che i suoi genitori avevano lasciato il paese nativo proprio a causa del conflitto. La sua passione per l’arte nasce e si sviluppa precocemente, ma purtroppo, la legge poneva forti limitazioni alla libertà degli afghani residenti in Iran e quindi non ha potuto studiare ciò che avrebbe tanto desiderato. Ritornata in Afghanistan, quando aveva ormai 16 anni, ha finalmente realizzato il suo più grande desiderio: studiare arte all’Università di Kabul, dove si è laureata nel 2005. Durante i suoi studi si è avvicinata all’arte del graffito e nel 2009 ha fondato con altri giovani artisti afghani Berang Arts, un’associazione artistica che ha patrocinato il primo festival nazionale di graffiti in Afghanistan.  Questa espressione artistica ha per lei l’intento di mascherare la negatività della guerra. La stessa Shamsia Hassani ha affermato che le immagini sono più forti delle parole e che le permettono di portare avanti le proprie rivendicazioni in modo pacifico, senza combattere, senza versare altro sangue innocente.

La svolta artistica

Cinque anni più tardi avviene un incontro che le cambierà per sempre la vita: conosce il famoso artista britannico Chu. Questo sodalizio la porta ad avvicinarsi alla street art dei murales, attraverso i quali può finalmente esprimersi pienamente, grazie all’universalità e all’immediatezza di questa forma d’arte.

La sua formazione continua e anche la lotta per l’emancipazione del popolo afghano. Nel 2013 inizia perciò a riempire di colori i muri della sua città; usando le pareti di edifici danneggiati dalle bombe dipinge splendidi murales che raffigurano donne in abiti tradizionali, che posano con strumenti musicali e sono circondate da testi in lingua Dari. In questo modo vuole tentare di cancellare dalla mente dei suoi connazionali, il terribile trauma dei conflitti: “voglio rendere l’Afghanistan famoso per la sua l’arte, non per la guerra”, ecco il suo vero grande sogno.

Che storie raccontano i suoi quadri? Cosa rappresenta la donna che tiene in mano il vaso di fiori? E la madre che stringe in un tenero abbraccio la sua bambina in mezzo ai palazzi che crollano? Sono le esperienze vissute dalla giovane artista o un grido corale per dar voce a chi non può o non sa parlare?

Le opere di Shamsia Hassani: tra guerra e speranza

Agli abitanti del suo splendido paese è stata sottratta la libertà di sognare. Sembrano le storie raccontate da Khaled Hosseini in “Mille splendidi soli” e da Azar Nafisi in “Leggere Lolita a Teheran”: nessuno dei protagonisti ha mai potuto sognare. Poi, a partire dal 2001, si è accesa nella vita reale degli afghani una nuova speranza, che è però stata spazzata via in un istante, con una sola frase: “ritireremo tutte le truppe”.

Ma ora è il momento di far parlare le immagini, le splendide creazioni di questa poliedrica artista:

Nelle prime due immagini (foto 1 e 2) vediamo rappresentata una banconota da un dollaro statunitense, in cui una donna mostra la triste realtà dell’intervento americano in Afghanistan: un paese lacerato dalla guerra tra le forze della NATO e i talebani, dove a farne le spese è l’innocente popolazione civile.

Nell’immagine successiva (foto 3) la donna appare sicuramente rassegnata, ma i suoi sogni restano vivi: come il soffione, simbolo di speranza e resistenza. Volando lontano porta una nuova vita, così come la speranza del popolo afghano, che non morirà mai.

Nella quarta foto (foto 4) l’artista denuncia il regime talebano che ha ormai preso il potere su tutto il paese. Infatti, al posto di George Washington vi è l’immagine truce di un talebano. La violenza domina sulla realtà e i suoi connazionali sono costretti a scappare, aggrappandosi disperatamente alle eliche dell’aereo, consapevoli di morire, ma desiderosi di fuggire da un paese che non sentono più loro. Shamsia Hassani vuole che la loro caduta nel nulla non sia vana e per questo fissa quest’attimo eternamente nella sua opera.

I dipinti di Shamsia Hassani

 

Anche nei suoi dipinti l’artista riprende le tematiche che tanto le sono care: rappresenta una donna con in mano un vaso ed un fiore che, come nella banconota vista in precedenza, diviene simbolo di resistenza e speranza (foto 5) di fronte ai soprusi dei talebani. Subito dopo, questa speranza sembra svanire nel vento (foto 6) e la disperazione diviene il sentimento prevalente. Sullo sfondo c’è una città che arde, da cui si leva in cielo un fumo nero.

In quest’ultimo quadro (foto 7) quasi tutti scappano, invece altri sono costretti a rimanere e a bruciare i ricordi di una vita intera. Chi fugge lascia tutto nella vecchia casa e solo la speranza, rappresentata simbolicamente dai fiori, continua a crescere, nonostante ormai la guerra sia tornata.

Il canto corale di un popolo

Shamsia Hassani, una donna, un’artista, un raggio di sole in un tunnel buio come la notte più nera, che con la sua arte corale cerca di portare speranza e resistenza in chi lotta e sceglie di non lasciare la sua amata terra natia. Abbiamo visto come con queste semplici immagini, che vanno dai murales (foto di copertina) ai quadri, sia riuscita a sensibilizzare l’opinione pubblica. Un insegnamento su cosa sia la guerra e su come oggi ci sia la possibilità di veder cambiare la propria vita dal giorno alla notte.

Parlando della sua arte speriamo, nel nostro piccolo, di realizzare il suo desiderio, far sì che l’Afghanistan diventi famoso per le sue opere e non per la guerra, così come la poetessa Nadia Anjuman voleva essere ricordata per le sue liriche e non per essere la moglie di uomo che non l’amava. 

Il diritto di gridare

Non ho voglia di aprire la bocca
di che cosa devo parlare?
che voglia o no, sono un’emarginata
come posso parlare del miele se porto il veleno in gola?
cosa devo piangere, cosa ridere,
cosa morire, cosa vivere?
io, in un angolo della prigione
lutto e rimpianto
io, nata invano con tutto l’amore in bocca.
Lo so, mio cuore, c’è stata la primavera e tempi di gioia
con le ali spezzate non posso volare
da tempo sto in silenzio, ma le canzoni non ho dimenticato
anche se il cuore non può che parlare del lutto
nella speranza di spezzare la gabbia, un giorno
libera da umiliazioni ed ebbra di canti
non sono il fragile pioppo che trema nell’aria
sono una figlia afgana, con il diritto di urlare.

[Poesia di Nadia Anjuman tratta dal libro Gul-e-dodi’ (Fiore rosso scuro)]

Tutte le fotografie presenti nel seguente articolo sono state prese dal sito Instagram di Shamsia Hassani: https://www.instagram.com/shamsiahassani/?hl=it .

anna.raimo@live.it

 

 

 

 

 

 

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