Palestinismo

di Nane Cantatore

Ho usato anch’io il termine palestinismo, ma non sono più sicuro che sia adatto. Con questo, intendevo la tendenza di vasti settori della militanza politica italiana e, generalmente, occidentale, a dare enorme importanza alla causa palestinese, leggendola in modo unilaterale e sempre più dogmatico (basti pensare all’isteria immediata che si scatena non appena qualcuno nega che sia in corso un genociccio). Il risultato di questo compiaciuto manicheismo è che tutte le ragioni sono dalla parte palestinese, rifiutandosi di vedere le contraddizioni, i torti e le colpe che vi allignano (come del resto è normale in qualsiasi realtà ampia e articolata, composta da milioni di persone, in decine di anni, con sollecitazioni, spinte e complicità in tutto il mondo); dall’altra, Israele è vista come una sorta di male assoluto, responsabile di una colpa originaria e di mille successive, da cui dissociarsi senza sfumature e, se si è ebrei, farlo almeno due volte. Ciò ha ovvie, oggettive congruenze con la retorica antisemita ma fa scopa anche con quel terzomondismo intrinsecamente reazionario, tra la sua celebrazione dell’innocenza dei popoli altri rispetto alla perversione occidentale e l’esaltazione per un attaccamento alla terra come appartenenza ancestrale, un Blut und Boden rispetto al quale l’ebreo è, ancora una volta, l’elemento alieno, il senzapatria che priva dei loro diritti i legittimi abitanti originari.
Ovvio che questo atteggiamento falsifica del tutto la natura del conflitto e dei suoi autori, fa di Israele un’anomalia non normalizzabile e da criticare doppiamente ogni volta che cerca di considerarsi normale (colpevoli di essere diversi ma anche di voler essere uguali – ed ecco un altro tropo dell’antisemitismo). E fa dei palestinesi un popolo di umpa-lumpa schiacciati nel loro ruolo di eterne vittime, che non hanno nessuna colpa per qualsiasi porcata possano fare e qualsiasi merdoso regime li rappresenti, tanto sono sempre selvaggi un po’ infantili.

Bene, tutta questa roba fa schifo e fa ancora più schifo quando viene usata per sentirsi tartuffescamente virtuosi, persino peggio di chi, come tanti burocrati dell’URWA o dell’ONU, almeno ci si costruisce una carriera: meglio essere pagati in valuta che in santimonia. Però, appunto, il termine mi convince poco: perché mantiene un legame con una popolazione che esiste, campa (prevalentemente male) e avrebbe diritto a campar meglio. Come se il cosiddetto palestinismo fosse un derivato plausibile della solidarietà reale a questi poveracci e, in qualche modo, intendesse giovare alla loro causa.

Invece no: costoro, i cosiddetti palestinisti, sono semplicemente felici di odiare qualcuno e di avere una causa cui votarsi; tanto felici che, se domani d’improvviso ci fosse la pace e si arrivasse a una soluzione a due stati effettivamente praticabile, griderebbero al tradimento. Per questo, propongo una parola diversa, che unisca la loro connotazione di fan, il loro gran feticcio e la loro sostanziale assenza di contenuti, prospettive ed elaborazioni, con un suffisso che ne esprima la valenza ideologica. Ecco, questa parola è fangazzismo e i suoi adepti, fangazzisti.

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