Pagine stravaganti #1

di Giorgio Pasquali

Recensendo l'”Esquisse d’une histoire de la langue latine” di A. Meillet, scriveva nel 1930 Giorgio Pasquali:

“Del latino quale lingua in special modo «logica» il Meillet per quel che vedo, non fa parola, o almeno a questo concetti non dà rilievo particolare. Fa, certo, bene: nell’estensione quale viene, a nostra vergogna, predicata ancora in molte scuole italiane, quella logicità è una leggenda, inventata appunto dai maestri di scuola in un momento del periodo positivistico e democratico nel quale il liceo umanistico appariva minacciato in tutta Europa, persino nei paesi latini, persino in Italia. Allora si scoprì (o si tornò a scoprire un’altra volta dopo Port-Royal) che il latino quale lingua eminentemente logica era adattissimo a esercitare le menti giovanili e a formarle; era disciplina di valore dialettico superiore alla dialettica stessa e alla matematica. Ora quel periodo di astoricità naturalistica, cioè di avvilimento intellettuale, va declinando in tutt’Europa, è già tramontato per l’Italia. Noi studiamo il latino perché è la lingua dei nostri padri; perché la nostra letteratura patria più antica è appunto latina, quella medievale e moderna è opera di uomini che erano nutriti di letteratura latina, ed è quindi incomprensibile per chiunque non sappia di latino, per chiunque non conosca gli antichi modelli che i nostri grandi hanno avuto dinanzi agli occhi. Questa sarebbe giustificazione sufficiente.

Ma noi studiamo ancora il latino e il greco come espressioni e documenti delle civiltà dalle quali la nostra civiltà deriva e che pure sono, in certo senso, incommensurabili con essa. Noi vogliamo insegnare ai giovani delle nostre classi dirigenti a comprendere e a sentire che i valori che essi considerano più assoluti, sono divenuti storicamente. Educare i giovani attraverso la storia alla libertà, è giustificazione sufficiente del sistema scolastico che chiamano umanistico, e che io vorrei potesse un giorno meritare il nome di umanistico-storico.

Di quel mito noi non abbiamo bisogno. Il nucleo storico di esso si riduce a ben poco. Dell’ultimo periodo repubblicano è divenuta per noi classica, canonica, specie la letteratura prosastica più alta, l’eloquenza e la filosofia, sovrattutto di Cicerone. Cicerone mira a correttezza non solo grammaticale ma logica; egli adopera in quei generi lo stile periodico, il quale per sua natura è alieno dai salti mortali: colà egli raffrena la fantasia e quasi ogni impulso, e costruisce ragionamenti con chiara consapevolezza dell’operazione logica che sta compiendo. Già nelle lettere private egli si lascia molto più andare. Quella «logica» che si rivelerebbe nell’applicare senz’eccezione i canoni della consecutio temporum e nel distinguere sottilmente tra indicativo e congiuntivo nelle proposizioni subordinate, non c’è mai stata in latino prima o dopo Cicerone; c’è solo in certo Cicerone, e, si può aggiungere, persino in Cicerone non è cosi logica come nei manuali del Nägelsbach, dei Brambach dei Krebs, dei Gandino. In molte proposizioni Cicerone, anche quello delle orazioni più togate e più limitate, usa indicativo e congiuntivo, presente e imperfetto senza distinzione intellettiva, caso mai per riguardo a eufonia o a ritmo più che per ubbidienza alla logica. Anche Cicerone era per sua e nostra fortuna un uomo vivo che scriveva una lingua viva.”

A commento e per una adeguata comprensione di queste righe molto sarebbe da dire – andrebbe chiarito il senso di certe espressioni, ricostruito l’intreccio dei nessi tra questo testo e la storia culturale, ma anche generale, nonché con la biografia intellettuale del loro autore.
Qui le ho riportate per ricordare come sia da lungo tempo assodata, di certo per le menti più acute e dotate di profonda cultura, l’inconsistenza del mantra “latino lingua logica”. Modesta, ma non disprezzabile, motivazione.

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