Osvaldo

di Francesco Matteo Cataluccio

OSVALDO
di Francesco M. Cataluccio
Quelli che corrono, passeggiano o si baciano sul Monte Stella, la collinetta milanase costruita con le macerie della guerra, conoscono bene Osvaldo: uno scoiattolino color bronzo con il panciotto bianco. Ma pochi sanno la sua storia e perchè quella folta coda sembri una candela mozzata. Osvaldo è un po’ il signore e il guardiano del Giardino dei Giusti, posto sul lato destro della collinetta e creato una ventina di anni fa da uno scrittore di nome Gabriele, una professoressa di Filosofia, una donna appassionata e un dentista armeno. Nel Giardino di Giusti vengono piantati alberi e poste targhe in memoria di coloro che hanno salvato delle persone, la dignità, la verità e la giustizia. Osvaldo si aggira saltellando tra le targhe, si arrampica rapidamente sugli alberi (il suo preferito, dove ha stabilito la sua modesta dimora al numero 30, è quello dedicato al console Pierantonio Costa che salvò 375 bambini durante il genociodio in Ruanda). Gabriele lo ha fotografato varie volte nei pressi di quell’albero. Osvaldo conosce tutte le targhe commemorative. Forse non sa a chi sono dedicate, ma da certi suoi comportanenti si può intuire che una certa idea ce l’abbia.

Un giorno che pioveva a scrosci (come dicono gli inglesi: “piovono cani e gatti”) una gatta nera appunto, chiamata Serafina, che da settimane vagava irrequieta tra le targhe, partorì, al riparo della lastra metallica che abbraccia l’Albero della Memoria, otto gattini del colore della notte profonda. Osvaldo, dall’alto della sua casetta, osservava la scena perplesso e incuriosito. Nelle settimane successive, mentre Serafina era a giro per la collinetta in cerca di cibo, seguì a una certa distanza i gattini che giocavano allegri a nascondino tra le targhe. Ma un mattino sbucò di corsa, da dietro l’Anfiteatro, Igor, un enorme Pitbull bianco lasciato libero dal suo padrone. In un attimo fu addosso ai gattini che si erano fermati a guardarlo incuriositi. Ne afferrò uno e lo stritolò. Allora Osvaldo prese a bersagliarlo con una gragnola di sassetti e ghiande. Poi gli si buttò contro armato di un nodoso ramo. Nella colluttazione Igor gli mozzò con un morso la coda. Lo scoiattolo, mezzo intontito da dolore e dall’odore intenso del sue sangue, prese a percuotere col ramo, freneticamente, il cane sul muso finchè non lo mise in fuga. Radunò i sette gattini superstiti e li portò in salvo uno a uno sul tetto del casotto per gli attrezzi. Tornò poi dal gattino morto, gli impose il nome di Moshe, scavò una buca e lo seppellì accanto al cippo dedicato alla giornalista russa Anna Politkovskaja, ammazzata davanti all’ascensore di casa perché difendeva il popolo ceceno. E nessuno andò in suo soccorso.

(Osvaldo prima della colluttazione, foto di Gabriele Nissim)

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