Nuovo Olimpo

di Alessandra Filannino Indelicato

Mi è piaciuto molto il nuovo film di Özpetek.
Introduce con maestria almeno due grandi tematiche: (1) lo sguardo culturale sull’omosessualità e (2) il perduto che non può tornare. Sulla prima ho da dire poco: ho pensato semplicemente che avremmo bisogno di un numero maggiore di film come questo, in cui le telecamere accompagnano lo sguardo su un amore omosessuale senza fanfare o pomposità, con un’eleganza narrativa che ho trovato romantica, pacata, del tutto convincente.
Sulla seconda: ho provato un’emozione forte. Il film riflette e fa riflettere sull’importanza di ciò che si lascia. In questo senso tocca corde molto profonde, penso, in ciascuno di noi, relativamente al come avrebbe potuto essere – e non è stato. Ciò che si è perso, per caso, forse per quella che ai tempi avevamo considerato solo sfortuna, o per vera e propria cecità – e le eco di tutto questo lasciate su di noi.
In entrambi gli amanti, che custodiscono il sogno di un amore irrealizzato ma non irrealizzabile, le paludose nostalgie del presente si inabissano dentro i fantasmi del passato, i quali tornano, reiteratamente, in forma di possibilità estremamente remote – ma estremamente sperate. Chiedono il conto, o meglio, chiudere i conti lasciati aperti.
A volte anche i peggiori tradimenti, le promesse non mantenute, gli spazi sacri delle scelte infranti per egoismo, arroganza o per qualche forma di tornaconto personale non sono altro che sveglie suonate in testa, percussioni di una nitidezza ritmica inaudita e forse sopita per anni, ma che finalmente può risvegliarsi e mostrarci una luce mai vista, una strada mai percorsa che si sceglie per sé con estrema naturalezza al passo che avanza sicuro, per non tornare indietro.
Così i personaggi si accorgono che l’affanno del recupero è spesso controproducente, che la lasciata-persa, nella vita, ha un suo valore profondo e che si può, forse, imparare ad amare quello che c’è e non quello che si sognava di avere e non si è mai avuto. Non si poteva avere per una complessità che è della vita stessa.

Un po’ di sana disillusione, mi viene da dire, in un mondo seccato dallo stucco dell’incoerenza e dai tentativi di far fuori tutto il male assoluto (nella convinzione che esso esista e che, guarda un po’, stia sempre esolo annidato nel nostro vicino più vicino), o di far fuori e basta, per emergere.
Qui non ci sono spiegazioni pretese e non dovute, non ci sono paranoie amorose costruite a regola d’arte per mostrarsi vincenti (del nulla e sul nulla) o per non guardare la propria vigliaccheria. C’è, invece, la semplicità assoluta della vita che porta altrove. Il silenzio di chi sa che amore è apertura, guidare l’altro alla dischiusura, anche nel segno della rinuncia o del saper farsi da parte.
C’è una delicata tristezza nel rendersi conto di tutto questo, certo, ma c’è anche una dolcezza infinita e calda in ciò che si è scelto e che rimane e di cui, forse con occhi nuovi, si può cogliere la reale essenzialità.

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