Nostalgia di Sinistra

di Francesco Matteo Cataluccio

Se ti trovi in una situazione dolorosa, e al presente non vedi come uscirne, ti puoi aggrappare a due cose: guardare con nostalgia al passato o con speranza al futuro. Fai sempre la seconda cosa”, questo è uno dei tanti preziosi consigli che mi passò la mia nonna materna, Giulia Vitale, nata nel giorno di San Valentino.
Si può avere nostalgia persino di un brutto periodo? Mi sconcertava sempre un po’ sentire come mia madre parlava, quasi con rimpianto, degli anni della guerra a Firenze che per lei, ragazzetta catapultata d’improvviso nel mondo dei grandi, furono pieni di scoperte e avventure. Ascoltando i suoi racconti, il babbo scuoteva il capo e diceva che la sua era la nostalgia incondizionata dell’adolescenza. Ma il vero nostalgico era lui che, nonostante fosse comunista, adorava i tempi passati e sosteneva che “ogni progresso è un regresso”. Nel 1989, la caduta del Muro e dei regimi illiberali che si definivano impropriamente “socialisti”, fu il grande e acuto dolore dei suoi ultimi anni (pari solo alle rare, allora, sconfitte della Juventus).
I nostalgici, che cercano di ricostruire la memoria perduta e colmare i vuoti di memoria, sono convinti che il loro progetto riguardi la verità. Questo tipo di nostalgia riguarda i revival nazionali e nazionalistici in tutto il mondo, che si preoccupano di creare miti antimoderni della storia per mezzo di un ritorno ai simboli e ai miti nazionali: tradizioni inventate, con ridicoli rituali e simboli.
“La nostalgia è una malattia”, lamentava il cantautore russo Bulàt Okudzava, confermando la filosofia del suo conterraneo regista Andrej Tarkovskij (che al problema ha dedicato il suo film meno riuscito ). Come ha mostrato Antonio Prete, in una interessante antologia (“Nostalgia”, Cortina, Milano 1992), la nostalgia sta alla base della poesia e dell’arte, soprattutto negli ultimi secoli. Prete però ci ricorda che la “scoperta” della nostalgia, a opera di un medico alsaziano del XVII secolo, Johannes Hofer, è legata ad un fenomeno militare. Morivano di nostalgia i soldati svizzeri allontanati dai loro villaggi montani e confinati in sperdute guarnigioni, in paesi, lingue e odori stranieri.

Nell’immaginario collettivo della sinistra italiana, la nostalgia è ancora l’elemento ideologico principale di identità. Un sentimento che non è tanto il rimpianto di un passato quando la sinistra era più forte elettoralmente e influente culturalmente, ed era una protagonista della vita del paese, quanto una sorta di torcicollo ideologico che zampilla fuori da mille fessure e fa assomigliare la sinistra a un movimento di benpensanti nostalgici.
La sinistra è da molti decenni soffocata e paralizzata proprio dalla nostalgia. Come tanti soldatini di un esercito che si chiamava “progressista”, o “rivoluzionario”, rimpiange, in vari modi, il bel passato e le fa schifo (con molti buoni motivi) il presente. Alcuni di noi sono addirittura diventati i più poetici cantori del bel tempo che fu. Ma non c’è una contraddizione, anche terminologica, nel dirsi “progressisti” ed essere dei “nostalgici”?

La Sinistra non può fare a meno di un’utopia: e questo è un fatto d’importanza fondamentale se si vogliono capire le contraddizioni interne ai movimenti di sinistra. L’utopia è la tensione verso mutamenti che “realisticamente” non possono essere il frutto di un’azione immediata, cambiamenti che stanno al di là di ogni prevedibile futuro. Con tutto ciò, l’utopia resta uno strumento dell’azione sulla realtà e della pianificazione dell’attività sociale”, così scriveva il filosofo polacco il filosofo polacco Leszek Kołakowski, in un articolo intitolato “Il concetto di sinistra” (pubblicato, si pensi!, il 24 febbraio 1957).
L’idea di progresso, come la intendevano i rivoluzionari romantici e i socialisti positivisti, si è sicuramente molto ridimensionata, ma non dovrebbe esserlo al punto tale di pensare che si stava meglio nel passato! La nostalgica del passato ha portato la sinistra a orientare la sua azione politica quasi soltanto sulla conservazione, talvolta anche sacrosanta, delle posizioni acquisite. Senza un programma chiaro ed efficace per il futuro.
L’atteggiamento nostalgico della sinistra fa pensare al famoso “Angelus Novus” (1920) dipinto da Paul Klee e ricordato nella nona “Tesi di filosofia della storia” (1940) da Walter Benjamin. Il suo angelo della storia addita il bisogno disperato di cercare altrove la salvezza. Il progresso è la bufera che spira dal Paradiso. L’angelo della sinistra viene sospinto avanti, ma guarda con rimpianto al passato e con terrore a ciò che lo aspetta (dietro alle spalle): un futuro interpretato, come facevano i millenaristi, come una catastrofe. Tutto in fondo è meglio dell’esistente, dell’orribile oggi, e del futuro che sembra da esso sorgere.
Le utopie purtroppo hanno ormai un che di dimesso che fa sì che gli uomini ne siano respinti.

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