Nonno Belotti

di Alberto Piazzi

Per i miei figli era il Nonno Belotti, e così era quando in famiglia si parlava di lui. Era un brav’uomo Nonno Belotti, affettuoso, gentile, generoso. Le vacanze che facevo in Val Brembana erano impreziosite dalla sua presenza e, la sera, quando i bimbi erano a letto, dai suoi racconti. Era nato nel 1913, a 30 anni è in Belgio, emigrato per lavoro. Decide di rientrare in Italia, a Bari, una città già liberata. Potrebbe vivere tranquillo, aspettare la fine della guerra. Ma non è da lui, entra in contatto con i Servizi Segreti Inglesi, chiede di essere arruolato, segue un corso da telegrafista e nella notte del primo maggio ’44 viene paracadutato a Castelletto Ticino. Inizia la sua attività clandestina, nome di battaglia “Vecchio”, perché a 31 anni è uno dei resistenti più anziani. La sua attività? Ogni sera, insieme ad altri due compagni, si nasconde in un sottotetto della vecchia Milano, apre una valigetta, monta un telegrafo, fa uscire l’antenna e informa i Servizi Segreti Inglesi dei movimenti di truppe notati in città. Ogni sera un tetto diverso, sempre per pochi minuti, i tedeschi usano dei radar mobili per intercettare le trasmissioni. Lo fa per quattro mesi, il 4 settembre viene arrestato e condotto a San Vittore. Sotto tortura lui nega, nega sempre, i tedeschi non sono certi della sua colpevolezza. Evita così la fucilazione ma è condotto prima a Bolzano e poi al campo di concentramento di Dachau. Un inferno, forse peggio, alla liberazione del campo pesa meno di 30 chili, non è trasportabile. Viene curato in un ospedale e rimpatriato due mesi dopo. La vita ricomincia. Un’altra vita per Ermenegildo Belotti, per noi il Nonno Belotti, un brav’uomo affettuoso, gentile e generoso. E coraggioso.
(disegno di Pietro Belloni)

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