Non verità su Pasolini

di Massimiliano Griner

La Commissione Antimafia, quasi per rimarcare la sua frequente inutilità, ha “ricicciato” la logora ipotesi secondo cui Pasolini sarebbe morto tentando di recuperare le pizze del film che stava girando, rubate per ottenere un riscatto.
Ipotesi già esplorata nel passato, e come dieci altre simili, prive di qualsiasi riscontro serio.
La verità è molto semplice.
Pasolini morì perché il suo cuore cessò di battere, e questo accadde quando la sua gabbia toracica fu sormontata dalle ruote della sua Alfa Romeo GTV, guidata dal diciassettenne Pino Pelosi, la cui targa, strano nessuno l’abbia notato, contiene il numero 999, il numero rovesciato della Bestia dell’Apocalisse.
Ma il Diavolo non c’entra, con la morte del poeta, e meno ancora c’entrano la Banda della Magliana, la Decima Mas, il Noto Servizio o Pietro Gambadilegno. Figuriamoci Cefis o le pizze di Salò.
Ma allora perché tutta questa insistenza, che dura da decenni, nel cercare chissà quale complotto?
Forse ha ragione Marco Belpoliti che recentemente sulle pagine di “Repubblica” ha scritto:
“… la ragione per cui la sinistra italiana cerca un motivo che rimanda al complotto contro il Poeta riguarda una rimozione che continua a perpetuarsi: la particolare omosessualità di PPP, ovvero la sua attrazione per i “ragazzi di vita”, per gli adolescenti.”
Anche se, diciamolo, definire come fa Belpoliti (usando le parole di Arbasino) “pedofilia” questa attrazione che gli fu fatale mi pare un po’ eccessivo, la ragione è plausibile.
Ma non solo dai ragazzi giovani, era attratto Pasolini.
Nonostante il consumismo e il materialismo fossero gli argomenti contro cui più spesso tuonava dalle pagine dei giornali, lui stesso amava le cose belle e costose.
Un aspetto della sua personalità che oggi, che è stato trasformato dalla stessa sinistra in cerca di complotti in una sorta di ieratico profeta, lo rende invece vicino e simpatico, almeno a me.
Soprattutto pensando che dei troll ante litteram gli scrivevano per metterlo di fronte alle sue presunte contraddizioni, come quel deficiente che ci teneva a fargli sapere che lo aveva visto alla guida di una Ferrari.
Pasolini aveva trovato il tempo di rispondergli:
“Caro amico, Lei non mi concede il diritto di amare la classe operaia e di lottare (come può lottare uno scrittore) per essa. La famosa Ferrari in questione è una vecchia Ferrari del ’60, poco più di un ferro vecchio, che mi è stata regalata (…) Non l’ho praticamente mai usata”.
In effetti è vero, quella Ferrari non la tenne molto.
Pasolini andava pazzo più per le Alfa Romeo.
Come quella GTV dalla targa satanica che Pino detto “la rana” gli rubò, schiacciandolo sotto le ruote nel buio dell’Idroscalo di Ostia.
[nella foto De Foe nei panni di Pasolini]

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