Napoli nel 1969
di Paolo Macry
Quando arrivai a Napoli nel 1969, laureando della Statale di Milano in cerca di documenti presso il Grande Archivio, la città mi apparve subito accogliente. Le persone ti conoscevano e si facevano conoscere. C’era curiosità reciproca, una familiarità sorprendente. Non c’era bisogno di avere la green card. Prima che te ne accorgessi eri diventato parte di un corpo intenso, disponibile, aperto. Eri nel moto perpetuo di una rete di relazioni – nuove colleganze, nuove amicizie, nuovi amori – che si allargava a macchia d’olio. Senza confini, senza muri. Frequentai persone e luoghi i più diversi, la libreria Macchiaroli, il Teatro Instabile di via Martucci, i film dell’Italnapoli, la musica d’insieme di Villa Pignatelli, le file alle mostre di Capodimonte, la villa rosso pompeiano dei Barracco, i piccoli appartamenti ristrutturati da Giancarlo Ramondino, la “Taverna degli Amici” di Tommaso, il “City Hall Cafè” di Dino, le aule affollate dell’Orientale, il mantello del Grande Vecchio di Monte di Dio. Potrei continuare a lungo. E la politica? Venivo dalla Milano del ‘68, Mario Capanna, il compagno Feltrinelli, i katanga, una violenza politica strisciante, una città tesa, livida, divisiva. A Napoli era diverso. Anche in questo, Napoli mi apparve accogliente. C’era il Pci di Valenzi, la Dc di Gava, i socialisti di Di Donato e c’eravamo noi, gli extraparlamentari, Potere Operaio, Lotta Continua, Servire il Popolo. Ma neppure le più radicali afferenze politiche rompevano l’armonia che percepivo, impedivano le amicizie in partibus infidelium. Ricordo tavole rotonde che mescolavano liberali e comunisti, democristiani e rivoluzionari, il Diavolo e l’Acqua Santa. Un pluralismo che veniva quasi spontaneo.
È l’indulgenza della memoria? Possibile. Ma di certo, almeno prima che la natura maligna facesse tremare la terra sotto i piedi, Napoli viveva le proprie fratture e le proprie contraddizioni, la propria intelligenza e i propri umori antagonistici, la propria malferma identità e la propria cultura, il proprio cosmopolitismo e i propri riti popolari con una leggerezza (se posso dire così) che – poi – non ho più ritrovato. Poi, anche a Napoli venne il tempo degli schieramenti, delle comunità contrapposte, degli amici e dei nemici, degli onesti e dei corrotti. Mani Pulite avvelenò anche la città della “bella giornata”. Bassolino costruì un regime di alto profilo, ma pur sempre un regime. Iervolino usò linguaggi plebei che annunciavano l’avanzata del populismo e il ritrarsi dell’opinione pubblica. De Magistris sedusse una popolazione ormai stanca di politica, portandola sui lidi melmosi di una demagogia anarcoide.
Ebbene è questa Napoli, così diversa dalla mia Napoli del 1969, che nei giorni scorsi ha assistito senza troppo scomporsi alla decisione unanime dei suoi consiglieri comunali di votare un documento sconcertante. Sconcertante non per le tesi che sostiene e cioè per un giudizio senza mezze misure sulla guerra di Gaza e per una drastica condanna di Israele come Stato genocidario. E neppure sconcertante per la richiesta al sindaco Manfredi di interrompere ogni rapporto culturale e scientifico, oltre che materiale, tra palazzo San Giacomo e Tel Aviv. Dopotutto simili convinzioni non sono certo una novità. Corrono da molti mesi sui media, sui social, nei circoli politici, tra gli intellettuali. Sono gli slogan delle piazze pacifiste, dei cortei sindacali, delle manifestazioni della sinistra. Sono opinioni che personalmente ritengo inaccettabili, ma che rispetto, come si rispettano anche le più infondate opinioni altrui.
No, sconcertante è che un’assemblea elettiva, ovvero la rappresentanza di un’intera metropoli, si arroghi il diritto di collocare Napoli in un campo politico e ideologico. Come se quei consiglieri fossero stati scelti dai cittadini in ragione della propria collocazione anti-israeliana. Sconcertante è una seduta del consiglio comunale che si svolge con una grande bandiera palestinese collocata giusto sui banchi della giunta, giusto davanti allo scranno dove sedeva il sindaco Manfredi. Sconcertante è che Napoli, tutta Napoli, anche coloro che la pensano assai diversamente, venga formalmente assimilata a un simile giudizio sul dramma di Gaza. Sconcertante è che, nella solennità dell’aula consiliare, i giovani propal possano srotolare – davanti ai miei eletti, davanti al mio sindaco – un grande striscione che chiede “Palestina libera dal fiume al mare!”. Che chiede cioè la cacciata degli ebrei dalla loro terra. Che ripete alla lettera quella che è la parola d’ordine dei terroristi di Hamas e dei torturatori di Teheran.
Non sarebbe successo, ai tempi di Valenzi, Gava, Di Donato. Non senza un dibattito. Non senza la parola data alle opposizioni. Già, le opposizioni. Sconcertante è che le opposizioni non abbiano sottoscritto la mozione, ma non l’abbiano neppure respinta. Semplicemente, pilatescamente, non c’erano. O, se c’erano, hanno pensato bene di lasciare l’aula al momento del voto.