Napoli e il senso dello spazio

di Paolo Macry

Millecinquecento bus turistici per il ponte dell’Immacolata. E diecimila visitatori (in un sol giorno) del “villaggio contadino” messo in piedi da Coldiretti a piazza Municipio. La conseguenza è ovvia. Mentre gli organizzatori della fiera parlano di grande successo, gli automobilisti vengono coinvolti in un mostruoso ingorgo. Ed è ovvia la domanda: ma perché proprio a piazza Municipio, nel cuore economico e amministrativo della città e lungo il principale asse viario tra est e ovest? Oppure, evitando di sparare sulla Croce Rossa: ma simili iniziative rispondono a un disegno di polis, a un’idea delle gerarchie urbane, a una proposta culturale rivolta ai napoletani? E quale?

A voler mettere in campo la buona, vecchia Storia, c’è qualcosa di singolare nell’utilizzo dello spazio di questa città. Da una parte, se si percorre il centro storico, la collina di Posillipo, il reticolo del Vomero, lo spazio appare immobile e perfino intangibile (fermo restando il pregresso “sacco della città” e l’inesausto micro-abusivismo delle famiglie). Ed è, questo, lo spazio vissuto dei napoletani, il fondale della loro quotidianità di generazione in generazione. Ma poi c’è lo spazio della politica (per così dire), lo spazio come viene selezionato e proposto dai “governanti”, da chi, oltre che amministrare la città, la governa e cioè le propone un’identità, le indica una strada da seguire, decide di trasformare alcuni dei suoi spazi in elementi urbani a forte tasso simbolico, in Luoghi.

Il fascismo ebbe il suo Luogo nel grande perimetro della Mostra d’Oltremare, segno di un imperialismo mediterraneo che avrebbe dato pessima prova di sé e che tuttavia regalò alla città quella splendida appendice da un milione di metri quadri, trentasei edifici, il Cubo d’Oro di ispirazione egizia, il teatro Mediterraneo, i dodicimila posti dell’Arena Flegrea e ancora viali alberati, fontane monumentali, vegetazione esotica, acquario tropicale, impianti sportivi, ristorante con piscina. Un gioiello firmato da Carlo Cocchia, Luigi Piccinato e Marcello Canino. A parlarne oggi si rischia di apparire nostalgici. Certo è che quello spazio potrebbe essere utilizzato – e curato – assai più di quanto non accada.

Poi venne Lauro, il sindaco che anticipava di decenni quell’antipolitica carismatica che sarebbe poi esplosa negli anni Novanta. E Lauro ebbe due Luoghi – due punti di forza – nella sua geografia politica. Da una parte, lo stadio del calcio, il Collana e poi il San Paolo, ottantacinquemila posti, inaugurato nel dicembre del 1959 con la vittoria del Napoli sulla Juventus. Dall’altra, Piedigrotta, il teatro della grande kermesse di settembre, quando l’intera città si riempiva di luminarie e di musica e i carri allegorici sfilavano tra ali di folla fino alla basilica di Piedigrotta. Chi, alcuni decenni dopo, cambiò le carte in tavola fu Bassolino. Con il primo sindaco a elezione diretta, il Luogo per eccellenza di Napoli diventò la piazza del Plebiscito, solenne spazio svuotato dal tradizionale parcheggio di auto, teatro delle istallazioni di artisti di fama, l’immagine regina del “Rinascimento” che sarebbe stata conosciuta e riconosciuta in tutto il mondo. Nella piazza del Plebiscito si andava con moglie e figli, i napoletani non erano abituati agli spazi, vivevano da sempre nello stretto e per loro quel Luogo deserto appariva ammirevole e forse anche estraniante. Ma era il cuore della città dell’arte, di un turismo colto, di una precisa strategia identitaria. Più tardi, De Magistris cambiò a sua volta tutto. Napoli si spostò su via Caracciolo, il Luogo dove le auto erano state bandite e un fiume di popolo accorreva a trascorrere lietamente i giorni festivi. Sul lungomare “liberato” nacquero come funghi i punti di ristoro e di divertimento, paninerie su quattro ruote, piccoli luna park improvvisati. Sul lungomare fu possibile ammirare le vele maestose dell’America’s Cup che bordeggiavano davanti a Castel dell’Ovo. Sul lungomare si celebrarono affollate sagre alimentari e venne esposta la pizza Margherita più lunga del mondo, un chilometro e ottocento metri. “Il record non poteva che essere della nostra città”, dichiarò l’assessore alle Attività Produttive, Enrico Panini, mentre le élites storcevano il naso.

Ora infine è la volta dei “governanti accademici”. E si cambia ancora. Ora il centro della festa viene spostato nello storico quartiere del governo napoletano, e cioè tra il Maschio Angioino – il castello della politica di età medievale e moderna – e palazzo San Giacomo, il cuore dei governi borbonici e poi dei municipi italiani. Sembra questo il Luogo prescelto dal sindaco Manfredi. Qui, nei grandi spazi ideati da Alvaro Siza e Eduardo Souto de Moura, il Comune decide di ospitare la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto. Qui si svolge il BufalaFest, con esposizione di carni di bufala, mozzarelle di bufala, dolci con ricotta di bufala (e via dicendo). Qui, nella solennità del Maschio Angioino, viene celebrato per una settimana intera il BaccalaRe, cioè il trionfo di Sua Maestà il merluzzo essiccato sotto sale. “Esperimento ben riuscito”, commenta il sindaco. “E quindi possiamo immaginare anche altre iniziative in piazza Municipio”, promette. E oggi, infatti, è la volta degli stand alimentari, delle macchine agricole, degli animali da campo che fanno bella mostra di sé nel “villaggio contadino” della Coldiretti.

Feste, farina e forca? Per quanto impietoso, lo slogan è tornato nei commenti degli osservatori. Ma è difficile stupirsene. Dopotutto, dalla geopolitica mussoliniana alle canzonette di Lauro, dagli artisti di Bassolino al plebeismo di de Magistris, i Luoghi del passato avevano le loro ragioni. O, meglio erano comprensibili, magari utilizzando gli strumenti di un’analisi socio-culturale sommaria. Il Duce aveva riassunto nella Mostra il miraggio dell’impero. La destra monarchica aveva pensato di ricostruire il rapporto storicamente intenso tra la città e i suoi sovrani, dai Borbone fino al Comandante. Bassolino aveva dimostrato che un comunista poteva dedicarsi agli intellettuali, oltre che alle tute blu. Quanto a de Magistris, aveva tagliato la testa al toro: la città è del popolo, fatene quel che volete, diceva, e aveva dato via libera a un laissez faire di piccoli imprenditori e piccoli abusivi. E i Luoghi erano stati appropriati, la Napoli Ovest affacciata sul Mediterraneo, il santuario caro ad una popolazione fervida di religione e superstizione, l’invenzione temeraria di una piazza vuota, l’idea di aprire una splendida promenade a chi il mare non lo vedeva da casa. Era facile, insomma, attribuire a quei Luoghi una strategia, giusta o sbagliata che fosse, e perfino, più o meno esplicita, un’etichetta ideologica. Ma ora? Qual è il senso del Luogo prescelto dal “sindaco accademico”? Perché mai portare mozzarelle, baccalà e agricoltori nei recinti storici del Palazzo? Soltanto per un atto di attenzione nei confronti di gruppi imprenditoriali influenti o di associazioni blasonate?

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