Napoléon, le dernier Romain

di Armando Pepe

Recensione al libro «Napoléon, le dernier Romain», Les Belles Lettres, Paris (2021), pagine 168, prezzo 19 euro.

Jacques-Olivier Boudon, professore di Storia contemporanea alla Facoltà di Lettere dell’Università Sorbona di Parigi e presidente dell’Institut Napoléon, ha dedicato un agile volume alle corrispondenze tra l’antichità egiziaca, greca e in particolar modo romana, e l’essenza stessa del regime napoleonico. Una lettura affascinante che si svolge lungo nove brevi capitoli, ognuno riguardante un aspetto ben definito. Occorre precisare che l’Autore dà per scontato, come prerequisito, che si conosca abbastanza bene la biografia napoleonica, perché il suo è un lavoro di nessi e proiezioni tra un prima, epoca presuntivamente aulica, un durante e un poi.

Quali sono i modelli cui s’ispira il giovane corso? Boudon chiarisce di primo acchito che «Napoléon n’imite ni Alexandre ni César» [ Napoleone non imita né Alessandro né Cesare] (p. 9), pur essendosi formato culturalmente tra persone nutrite di una profonda cultura classica ed aforisticamente pregnante.

Nel primo capitolo (Les modèles antiques) [I modelli antichi] sono portati alla luce ed analizzati gli archetipi su cui Napoleone esemplò la costruzione del proprio mito, la sacralità faraonica e nilotica «une fois la nouvelle de la victoire parvenue à Paris, Bonaparte devient le vainqueur des Pyramides…[..]…Lorsque Napoléon devient empereur, l’image de sa victoire aux bords du Nil permet de conjuguer deux mythes, celui de l’Égypte des Pharaons et le mythe naissant de Napoléon lui-même» (p. 13) [una volta che la notizia della vittoria è giunta a Parigi, Bonaparte diventa il vincitore delle PiramidiQuando Napoleone diventa imperatore, l’immagine della sua vittoria sul Nilo permette di coniugare due miti, quello dell’Egitto dei Faraoni e il mito nascente di Napoleone stesso], il ripercorrere le orme di Alessandro Magno, il ricevere, afferrandola a piene mani, l’eredità immateriale di Giulio Cesare.

Nel secondo capitolo (Napoléon en majesté) [Napoleone in maestà] l’Autore pone in evidenza la ripresa, anche nominale, delle istituzioni romane, il passaggio dal Consolato all’Impero ed il rafforzamento progressivo del mito napoleonico. Il terzo capitolo (L’incarnation du pouvoir) [L’incarnazione del potere] comprende le dinamiche su larga scala di auto-promozione che Napoleone mise in atto, i viaggi nella profonda provincia francese, che erano altrettante occasioni per sondare anche la fedeltà delle autorità dipartimentali e l’autorevolezza del potere delegato, nonché gli elogi al sovrano, «partout dans le pays, le moindre discours est l’occasion de rendre hommage à l’empereur, bâtissant un manteau de mots autour de sa personne» (p. 51)[ in tutto il paese, il minimo discorso è l’occasione per rendere omaggio all’imperatore, costruendo un velo di parole intorno alla sua persona], e le opere d’arte che lo raffiguravano in pose icastiche e/o notevolmente raffinate.

Il quarto capitolo si sofferma sul mondo militare in quanto, preliminarmente, l’Autore afferma «l’art de la guerre combine une part de science acquise par l’expérience des combats et une part d’irrationnel, ou de chance, qui est plus ou moins donnée, selon le cas, aux chefs de guerre» (p. 63) [l’arte della guerra combina una parte di scienza acquisita dall’esperienza dei combattimenti e una parte d’irrazionale, o di fortuna, che è più o meno data, secondo il caso, ai capi della guerra]; oggetto principale è la narrazione delle virtù eroiche dei compagni d’arme napoleonici, l’intrepido soldato che per coraggio e perizia bellica ascende giovanissimo ai più alti gradi dell’esercito, essendo premiato il merito e non l’età anagrafica. Il mito dell’eroe d’altronde era funzionale all’obbedienza dei soldati, che cercavano la divinità nel comandante, anche per adularlo, ricercando in lui qualità sovrumane.

Il quinto capitolo (Napoléon et Dieu) [Napoleone e Dio] sottolinea il rapporto tra l’imperatore dei Francesi e la sfera del sacro, sapendo che Napoleone «agnostique depuis l’adolescence, il a toutefois compris la nécessité de s’appuyer sur les religions pour conquérir le soutien d’un peuple qui reste très majoritairement attaché à la foi de ses ancêtres. Dès lors, il ne cesse de faire référence à Dieu et d’en appeler à sa protection» (p. 81)[agnostico fin dall’adolescenza, ha tuttavia compreso la necessità di appoggiarsi sulle religioni per conquistare il sostegno di un popolo che resta molto attaccato alla fede dei suoi antenati. Da allora, non cessa di fare riferimento a Dio e di invocare la sua protezione]; la protezione divina rafforzava le convinzione dei sudditi sull’invincibilità napoleonica, ovunque si offrisse l’occasione di combattere; in questo capitolo s’indaga pure del rapporto di Napoleone con le altre religioni, in primis l’Islam, data l’inesauribile curiosità intellettuale del condottiero.

Il sesto capitolo (L’empereur évergète et consolateur) [L’imperatore benefattore e consolatore] investiga la distribuzione imperiale di favori e promesse in modo da tenere tutt’assieme la società civile, rendere il popolo più compatto attorno alla propria figura, sovrastante su tutto e su tutti.

I capitoli settimo (L’immortalité du pouvoir) [L’immortalità del potere], ottavo (La résurrection de Napoléon) [La risurrezione di Napoleone], quando, acutamente, Boudon afferma che dopo la morte in modo prometeico «Napoléon devient plus populaire que l’empereur au pouvoir» (p. 123) [Napoleone diventa più popolare dell’imperatore al potere], e nono ed ultimo (Napoléon en apothéose) [Napoleone in apoteosi] in cui si parla dell’ipostatizzazione del culto napoleonico in Francia nella seconda metà del XIX secolo, portano verso la conclusione che apoditticamente ha per titolo «vivant, il a manqué le monde, mort il le possède» [vivo, ha mancato il mondo, morto lo possiede]; ed è proprio vero se solo pensiamo a quanti libri, fiction e film sulla figura e l’opera di Napoleone si scrivono e producono ancora oggi in tutto il mondo.

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