Movimenti globali. Migrazioni e turismo di massa

di Manuel Vaquero Piñeiro

Dall’integrazione tra le varie aree del mondo innescata dalla globalizzazione dei processi economici e sociali è sorto un panorama cosparso di criticità. Le difficoltà in questo momento incidono negativamente su un’ampia percentuale della popolazione mondiale. Le stime disponibili indicano un incremento delle grandi migrazioni umane. Il totale delle persone in fuga è passato da circa 70 milioni nel decennio 1960-70 ai circa 200 milioni nel 2005. I movimenti di massa, generati dall’insicurezza alimentare e dal mancato rispetto dei diritti umani e delle libertà politiche, spingono migliaia di persone a spostarsi per ragioni prevalentemente legata al crescente impoverimento, alla disperata ricerca di condizioni di vita migliori. Fattori politici, economici, religiosi si sono fusi insieme fino a costituire un unico e complesso scenario comune.

Al di là delle specifiche situazioni, spesso assai dolorose, i migranti costituiscono un immenso serbatoio di mano d’opera e anche di capitale umano pronto a trovare collocazione. Il livello di formazione culturale e di istruzione, in queste circostanze, costituisce una chiara linea di distinzione tra le persone. Non c’è dubbio che lo spostamento di ingenti masse di uomini e donne rappresenti uno dei tratti distintivi delle prime decadi del XXI secolo. Il fenomeno, al quale risulta molto difficile porre degli argini, finisce per coinvolgere tutti i continenti e i paesi, i quali, a seconda delle situazioni, sono i luoghi di partenza, di arrivo o di transito dei gruppi umani in movimento. I migranti centroamericani premono alla frontiera degli Stati Uniti; l’Australia ha imposto una restrittiva politica di ingressi per frenare gli arrivi dai paesi asiatici e l’Europa, dal canto suo, sembra impotente dinanzi alle rotte mediterranee della disperazione. Non ci sono segnali che facciano pensare a un fenomeno destinato a interrompersi in un breve periodo di tempo. Nel frattempo, le organizzazioni internazionali continuano a dimostrarsi prive di un’efficace strategia, mentre i paesi destinatari dei flussi sono alle prese con politiche di chiusura e di miope egoismo nazionalistico. Nella loro drammaticità, le grandi migrazioni umane stanno scrivendo un capitolo fondamentale della globalizzazione, che, tra le altre cose, hanno fatto venire meno le frontiere nazionali, divenute una semplice riga sulle cartine geografiche. La fuga dalla fame sta introducendo elementi di cambiamento che modificheranno in profondità la composizione di tutte le società, anche di quelle che dicono di volersi rifugiare dietro fragili muri protettivi.

Allo stesso tempo, un altro volto appariscente della globalizzazione, prima della frenata imposta dalla pandemia di Covid-19, è rappresentato dal turismo internazionale di massa. Le cifre sono impressionanti, giacché le persone che si spostano in giro per il mondo per ragioni turistiche sono cresciute da 524 milioni nel 1995 a 736 milioni nel 2005. In questo caso, si tratta di una potente macchina del tempo libero e dei trasporti low-cost che si è dimostrata capace di ampliare a dismisura l’offerta delle destinazioni e di coinvolgere aree del pianeta rimaste tradizionalmente in disparte dall’arrivo dei turisti. Migrazioni e turismo, entrambi di massa, potrebbero apparire fenomeni differenti e distanti tra loro. Viceversa, i punti di contatto sono tanti, come dimostra, per limitarci a un solo esempio, la trasformazione degli altipiani andini e africani in esotiche mete turistiche. Il turismo, così come concepito dalla domanda dei paesi occidentali, ha un costo in termini di uso delle risorse naturali e di trasformazione dei territori in luoghi da sfruttare. Il tema si presta a numerose interpretazioni, da quelle che vedono nel turismo un veicolo di progresso, alle posizioni di coloro che lo leggono in chiave negativa e di semplice importazione di un modello socio-economico. Arrivare a un punto di convergenza non sarà semplice, in mancanza di un ripensamento complessivo dei programmi di sviluppo che preveda un maggiore coinvolgimento delle comunità locali e un diverso approccio all’integrazione dei mercati, a cominciare da quelli alimentari. Purtroppo, i segnali non sono molto incoraggianti.

Risultano evidenti, sul piano della costruzione di una visione globale della società mondiale, le contraddizioni esistenti tra lo spostamento di milioni di persone che fuggono dalla miseria e dalla violenza e i viaggi compiuti da altrettanti milioni che si muovono per piacere e ricerca di nuove esperienze. Al contempo, sono altrettanto evidenti le conseguenze negative derivanti dall’accelerato cambiamento climatico. Su questo terreno le misure che sono state adottate, come la grande muraglia verde pan-africana, costituiscono una scommessa a lungo termine. I tempi lenti delle azioni per contrastare gli effetti della desertificazione non possono essere l’unica risposta alle esigenze delle persone, che abbisognano di soluzioni veloci e concrete. La scomparsa della risorsa idrica dei grandi laghi interni costituisce un duro colpo per la sopravvivenza di comunità che vivevano della pesca, dell’allevamento o praticando un’agricoltura di sussistenza. Lì dove possibile, l’accesso all’acqua appare l’unica soluzione capace di stabilizzare le persone sul territorio, evitando un continuo ingrossamento della marea umana verso le periferie delle grandi città interne e esterne. Ma, come dimostra la realizzazione delle mega-opere idrauliche, il quadro si carica di ulteriori tensioni. Dopo le grandi conferenze internazionali sul clima, la transizione verso lo sviluppo socio-economico sostenibile rappresenta la grande sfida per la società interconnessa formatasi sulla scia della globalizzazione.

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