Morire in fabbrica a diciotto anni

di Peter Freeman

Crepare in fabbrica, a 18 anni, schiacciati da una putrella. Qualcuno commenterà che è solo l’ennesima morte bianca, un nome in più in una lista che in Italia è mostruosamente lunga perché in Italia la sicurezza sul lavoro è poco o nulla contemplata.
Ma Lorenzo Parelli, il ragazzo morto ieri in uno stabilimento del Friuli, non godeva nemmeno dello status di lavoratore. E non percepiva alcun salario. Perché Lorenzo era lì, in uno stabilimento che lo ha ucciso, nell’ambito di uno stage dell’alternanza scuola-lavoro.
L’alternanza scuola-lavoro è una legge del 2015 e alla normale formazione professionale che di regola, durante il corso di studi, si svolge nei laboratori scolastici, in ambienti protetti e sottratti alla logica della produzione e del profitto, ha aggiunto l’esperienza diretta sui posti di lavoro. Produci, ma non sei pagato. La fabbrica, scuola di vita, devono aver pensato e teorizzato gli estensori della legge 107, meglio nota come “La buona scuola”.
La “buona scuola”, pensate un po’, è quella che ti manda in fabbrica, nelle piccole officine, per “formarti”: un assaggio di quel che ti aspetta nella vita, compresa la probabilità di lasciarci le penne.
Ne andavano davvero fieri, gli estensori della legge, quando la portarono in Parlamento per l’approvazione. La presentarono come un passo verso la modernità,l: era giunto il momento di dire basta coi soliti bamboccioni, un po’ choosy e un po’ ciula.
Dimenticavo, la legge fu voluta dal governo Renzi e sostenuta da tutto il suo partito, che all’epoca era il PD, non IV. E mai nessun esponente del PD, da quel che mi risulta, ha mai chiesto di cancellare l’alternanza scuola-lavoro, figuriamoci.
Per me questo è un marchio d’infamia.

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