Monsignor Michele Orsi: un isernino sulla cattedra episcopale di Otranto

di Don Donato Palma


Dedicato a don Mattia Martino sacerdote novello.


Tra gli Isernini e i Molisani illustri troppo spesso purtroppo rimane in oblìo la figura di mons. Michele Orsi che fu arcivescovo metropolita di Otranto e primate del Salento per un luminoso trentennio dal 1722 al 1752. Attraverso notizie frammentarie la sua biografia è stata ricostruita qualche decennio fa a grandi linee, in una tesi di laurea di un presbitero della diocesi idruntina. Michele Antonio Orsi nacque ad Isernia il 23 giugno del 1673 e fu battezzato nella chiesa cattedrale della sua città il giorno 25 successivo . Secondo una testimonianza resa per la sua ordinazione episcopale, nella sua fanciullezza risiedette nella casa di Diego d’Avalos, Marchese di Vasto e di Pescara e primo Principe di Isernia . Probabilmente proprio da questa famiglia fu sostenuto negli studi ed avviato alla carriera ecclesiastica. Ciò spiega anche perché fu ordinato sacerdote a Termoli, e non ad Isernia, dal vescovo di quella città mons. Michele Pitirro nel 1697, lo stesso anno della morte del marchese suo benefattore.
Da sacerdote visse dapprima ad Isernia, inserito come canonico nel capitolo cattedrale della città sannita, poi, cooptato nella carriera diplomatica, servì la Santa Sede in varie nunziature. Nel 1706 lo troviamo al servizio della nunziatura di Vienna, ma già in partenza per Barcellona al seguito del vescovo De Moles ed infine nella capitale partenopea, dove fu segretario di stato e della guerra del nunzio apostolico di Napoli. Nel 1718 fu nominato arciprete della prelatura di Altamura. Tale incarico gli conferiva la potestà di ordinario, senza però richiedere il carattere episcopale. Il periodo altamurano dal 1718 al 1720 fu caratterizzato dal contenzioso con il vescovo di Matera, mons. Antonio Maria Brancaccio. Questo vescovo pretendeva esercitare la sua autorità di metropolita su mons. Orsi esigendo la liberazione immediata di due sacerdoti altamurani fuggiti a Napoli con la cassa capitolare e fatti arrestare dall’Orsi tramite ricorso al cappellano maggiore. Al rifiuto dell’arciprete di Altamura, mons. Brancaccio reagì con la scomunica a cui rispose con le stesse armi mons. Orsi. Il contenzioso fu portato a Roma, dinanzi alla Congregazione dei Vescovi. Detta Congregazione, dopo aver invitato i due prelati alla moderazione e alla prudenza e aver visionato gli atti del processo canonico altamurano, in data 26 gennaio 1722, annullò ogni censura nella quale l’arciprete Orsi poteva essere incorso. Durante lo stesso periodo, il 21 novembre 1721, il nostro conseguì con successo il dottorato in utroque iure alla Sapienza di Roma discutendo la tesi: De vita et honestate cleri. L’anno successivo, per nomina di re Carlo VI d’Austria, l’Orsi fu promosso alla sede metropolitana di Otranto. E ricevette l’ordinazione episcopale l’8 marzo dal cardinale Francesco De Althan, nunzio apostolico di Napoli. Il 23 dello stesso mese gli fu imposto il pallio e quindi fece il suo solenne ingresso nella città dei Martiri. Il suo stemma episcopale rappresentava su sfondo verde un orso rampante di fronte ad un astro.
L’arcidiocesi di Otranto, pur prestigiosa per la sua storia gloriosa e per essere sede metropolitana e primaziale, a quei tempi contava appena 40 parrocchie, per lo più piccoli centri rurali, su una popolazione di circa 34.000 abitanti, con un clero di circa 900 sacerdoti diocesani. Mons. Orsi resse la diocesi idruntina fino alla morte, per ben 30 anni, ed il suo episcopato rimase in benedizione per la cura pastorale, lo zelo e le opere realizzate. Nei suoi anni, a partire dal 1729 fino alla fine della sua vita, celebrò annualmente 21 importanti sinodi diocesani e compì cinque volte la visita pastorale delle parrocchie, anche se non sempre completa. Non gli mancarono, ad ogni modo, le contrarietà e le opposizioni. In diocesi il clero di Galatina gli si oppose nel 1725 rifiutandosi di offrirgli il rito dell’obbedienza, perché i preti non volevano pagare le due tasse tradizionali dell’obbedienza e del cattedratico e lo deferirono alla Congregazione per i Vescovi. Il presule si difese adducendo a sua discolpa la consuetudine centenaria di tali diritti episcopali e perciò si rivolse direttamente alla sentenza del Sommo Pontefice. Papa Benedetto XIII con suo Breve, del 20 settembre 1727, riconobbe la legittimità della richiesta del vescovo e condannò il clero di Galatina a pagare la tassa del cattedratico e nel 1729 lo stesso pontefice confermò anche la legittimità della tassa sull’obbedienza. Nel regno, invece, l’Orsi fu fatto bersaglio delle pretese del cardinale Spinelli, arcivescovo di Napoli. Il cardinale pretendeva gravare la mensa arcivescovile di Otranto di una nuova pensione adducendo come motivazione la vita lussuosa del vescovo Orsi. L’arcivescovo dovette difendersi dinanzi ai cardinali della Congregazione dei Vescovi affermando con amarezza che non poteva condurre una vita mondana, anche per le sue precarie condizioni di salute, e a riprova dichiarava che si era privato di molte risorse personali per finanziare i lavori della sua cattedrale e per sovvenire alle necessità della diocesi e dei poveri. Fu anche padre e difensore del suo clero e diverse volte dovette sottrarre i suoi presbiteri, macchiatisi di gravi delitti, alla giurisdizione civile per salvare loro la vita.
Oltre al diuturno impegno pastorale, mons. Orsi si dedicò anche alla realizzazione di opere e di restauri nella chiesa cattedrale di Otranto. Ecco come ci descrive la sua opera nel 1751 don Francesco D’Ambrosio, un sacerdote salentino suo contemporaneo: D. Michele Orsi al presente degnissimo Arcivescovo di quella Metropolitana Chiesa, non ha mancato per fine di dimostrare la sua magnanimità col lasciare eterne memorie di se alla sua dilettissima Sposa: avendo speso 3.600 docati, per quanto si dice, in fare solamente due splendori di argento, sprovedendosi di quell’argenteria, che serviva per uso proprio: senza parlare qui di quelle fonti di finissimo marmo, del superbo battistero anche di porfido, e di tante altre magnificenze fatte a sua spesa, quali recano non poco diletto, e somma ammirazione a chi le vede. Onde noi speriamo, che il Signore si degnerà concedere lunga serie d’anni a sì degno Prelato, e per nostra commune consolazione, e per decoro della sua Chiesa .
Rinunciando alla sua argenteria, dunque, dotò la cattedrale di ben sei reliquiari di fine fattura. Le fonti di marmi policromi sono le acquasantiere tuttora presenti nella basilica otrantina, così come il battistero di porfido. Inoltre, riedificò la cappella del SS. Sacramento dotandola, al pari della cappella dei SS. Martiri, di un frontone barocco in pietra leccese dorata. Fece costruire un nuovo altare maggiore e le balaustre dei tre altari in marmo policromo pregiato ed il coro in legno di noce per il capitolo diocesano ed il presbiterio . Alla sua iniziativa bisogna attribuire anche la costruzione del pregevole pulpito ligneo, della tribuna per l’affaccio dell’arcivescovo e dei due cieli appesi delle navate laterali superiori. Commissionò ai fratelli Simone e Pietro Kircher, famosi maestri organari, all’epoca residenti in Terra d’Otranto, tra Gallipoli e Cursi, il pregevole organo a canne. Ai piedi del presbiterio, al centro della navata principale, fece realizzare la tomba dei Metropoliti dove lui per primo fu inumato .
La gemma di tanta febbrile attività pastorale fu, forse, il grande merito di aver rotto ogni indugio per fondare il seminario diocesano. Da due secoli, infatti, il Concilio di Trento aveva prescritto l’erezione di questa istituzione in ogni diocesi, ma la carenza di fondi e l’urgenza di altri lavori avevano spinto i presuli idruntini a procrastinare sine die la realizzazione di quest’opera. L’arcivescovo Orsi, nonostante la diocesi non avesse grandi risorse, avviò il primo seminario e le scuole arcivescovili accanto al palazzo vescovile nel 1735, con la costruzione di quattro stanze al pian terreno ed altrettante al primo piano, anche se i chierici non potevano ancora risiedere stabilmente nel piccolo seminario, ma solo frequentarvi le scuole. Acquistò, però, due palazzi attigui all’episcopio che dovevano servire per ingrandire il piccolo istituto. E per dotarlo di rendita, mise a disposizione quanto personalmente aveva messo da parte nel suo episcopato. Purtroppo non ebbe la gioia di veder completata la sua opera, che fu, poi, inaugurata dal successore.
Nella relazione della Visita ad limina del 1751, quasi il suo testamento spirituale nell’anno precedente la sua morte, mons. Orsi poteva con onestà e giusto orgoglio dichiarare che nel suo episcopato non aveva mancato di formare il clero ed il popolo con catechesi settimanali ai piccoli e ai grandi e curando la liturgia, intesa come espressione comunitaria della fede, e di aver contribuito non poco a qualificare la vita morale di chierici e laici con l’impegno di correggere abusi e superstizioni.
Avendo fatto testamento il 12 giugno 1752 , morì di lì a poco, hora quarta noctis nascente die 14 e dopo le solenni esequie, fu sepolto nella cattedrale di Otranto . L’arcivescovo Michele Orsi sarà ricordato nella storia di questa diocesi come uno degli arcivescovi più zelanti per il suo costante ed energico impegno non solo in favore del seminario, ma anche nel curare la formazione culturale e spirituale del clero e l’istruzione del popolo, per le opere realizzate e per la sua grande carità.

Le foto in basso si riferiscono alla cattedrale di Otranto.

Potrebbero interessarti anche...

Una risposta

  1. Mosè ha detto:

    Analisi storica precisa : complimenti a don Donato!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: