Milo De Angelis

di Gian Ruggero Manzoni

Il saggista e scrittore Francis George Steiner, di origini ebraiche, era solito dire, in particolare quando si ritrovava fra le mani una traduzione esemplare, soprattutto di un testo classico o sacro: “Senza traduzione vivremmo in geografie confinanti con il silenzio”, ma ancor di più, sul tradurre da una lingua antica o straniera, mi ha sempre colpito una frase del grande poeta russo Aleksandr Sergeevič Puškin: “I traduttori sono i cavalli cambiati alle stazioni di posta della civiltà” … cavalli ai quali il compito di perdurare a dilatare, si confida verso un’eternità, ciò che merita di essere, appunto, eterno, se un qualcosa di eterno, comunque, possa esistere (oltre l’Opera, in accezione arcana, il Divino e la Poesia).
Ora che l’amico poeta, traduttore, e tanto altro ancora, MILO DE ANGELIS ci perdoni se prima Puškin poi io lo potremmo paragonare a un mirabile e forte Frisone o a un Cavallo del Palatinato, ma il lavoro sconcertante ed elevato che ha fatto nel ridarci-ridonarci prima Lucrezio poi ora Baudelaire merita un rimando a quelle due razze di nobili e cortesi quadrupedi che nei secoli permisero a re e a popolani di incontrare altri popolani e re.
Traducendo anch’io libri del Vecchio e Nuovo Testamento so più che bene che riportare il tutto in un italiano attuale non è compito semplice. In parte diventa fattibile, senza troppo indugiare riguardo proprie “stravaganti” interpretazioni, se da un lato riesci a sovrapporti a chi un tempo diede costrutto creativo a quelle pagine, poi se riesci, dall’altro lato, mantenendo il profilo, la forma e il contenuto (più o meno metrico-sonoro) di quell’autore o di quegli autori, a estraniarti e giungi dall’alto a vedere lui, loro e te coincidenti riga dopo riga, quale sguardo dall’esterno su ciò che stai facendo o, meglio, su chi stai interpretando o su chi ti sta interpretando, e a MILO DE ANGELIS, quale esegeta e traslatore, non mancano le due doti da me poco sopra indicate, infatti le sue versioni del “De rerum natura” e ora de “I fiori del male” vivono la magia dell’essere divenuto, egli, Lucrezio e Baudelaire, nonché, in particolare, occhio indagatore riguardo ciò che gli stessi ci hanno donato.
Assieme a ( … così come mi giungono alla mente) Stefan George, Rainer Maria Rilke, Walter Benjamin, Ferdinand Hardekopf, Graf Wolf von Kalckreuth, Gesualdo Bufalino, Wilhelm Hausenstein, Giovanni Raboni, Bertolt Brecht, Antonio Prete, Friedhelm Kemp, Francesca Del Moro, Simon Werl e altri che si sono cimentati con “I fiori del male” ecco MILO … ecco lo “spleen”, ma, nel contempo, quale “coniunctio oppositorum” (formula che fu tanto cara a Baudelaire), ecco, anche, la comprensibile esaltazione quando si continua a dare vita a un capolavoro e, in particolare, a un poeta.
Questo è quindi libro da acquistare e leggere così da rendersi conto di cosa significhi “entrare in un altro da te” o essere posseduti dallo stesso … oppure entrambe le cose … entrambe le trasfigurazioni con i successivi mirabili adeguamenti consoni a tale compito (come avrebbe potuto dire Cesare Pavese, altro che, innegabilmente, del come tradurre se ne intendeva) … 🙏🌹

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