Meloni, Vox e la metamorfosi del nazionalismo

di Alfonso Botti

Anticipo qui sotto un articolo che uscirà prima o poi su “il Mulino” on line. Mancano tante cose, ma lo spazio era questo (anzi meno) e ho dovuto tagliare vari passaggi. Spero si capisca lo stesso.

A conferma di una vicinanza che va ben oltre le differenze per storia, linguaggio e programmi, il 9 ottobre Giorgia Meloni non ha fatto mancare un videomessaggio di saluto e incoraggiamento alla festa di Vox.

Fd’I rappresenta lo stadio evolutivo di una forza politica che da neofascista è diventata post-fascista, per poi recidere nel corso dei decenni, pur tra ambiguità e tentennamenti, i propri legami con l’esperienza del ventennio. In modo netto sull’antisemitismo, sull’alleanza di Mussolini con Hitler e la responsabilità di aver gettato l’Italia nella catastrofe della guerra. Un processo da valutare positivamente, come frutto del potere condizionante della democrazia. Vox esiste solo e in quanto risposta all’indipendentismo catalano, come coagulo del tradizionale centralismo spagnolista, poi integrato da motivi orecchiati dal nazional-populismo europeo contro l’immigrazione, la burocrazia dell’Ue, etc. Per quanto riguarda il linguaggio, l’incontinenza verbale di Abascal trasuda dai suoi interventi al Congresso dei deputati nei quali ha definito “criminale” la gestione governativa della pandemia, “rinnegati”, “traditori della patria”, “golpisti” e “totalitari” i socialisti e i suoi alleati di governo. In merito ai programmi, quello di Vox risente della situazione interna e si caratterizza come risposta al decentramento politico amministrativo che avrebbe portato le Comunità Autonome e i nazionalismi catalani e baschi a mettere in discussione l’unità della Spagna. Ovviamente nulla di simile figura nel programma di Fd’I, che appartiene a una storia nella quale alla posizione del MSI contraria all’attuazione dell’ordinamento regionale subentrò l’opportunistica alleanza di AN con la Lega secessionista di Bossi, proseguita oggi con l’ondivaga Lega di Salvini. Più in generale, Fd’I afferma di non voler abrogare la legge sull’aborto, come intende fare Vox. Fd’I riconosce l’esistenza della violenza di genere, che Vox nega proponendo la cancellazione della relativa legge. Fd’I non irride i problemi del mutamento climatico, come fa sistematicamente Vox riferendosi alla “nuova religione climatica”, né si riferisce alle “agende globaliste” come il grande Moloch che chiede il sacrificio di popoli e nazioni, come fa Vox. Ben più cauti, per ovvie ragioni, i riferimenti di Fd’I al passato, che in Vox si spinge fino alla celebrazione degli eroi nazionali e alla riesumazione dell’antico progetto di “fratellanza” – imperialista in alcune sue declinazioni – con i paesi dell’America Latina, un tempo chiamato “Hispanidad” e oggi “Iberoesfera”

Ben più rilevante delle differenze è la convergenza. Ricorrere a una parola antica (patriottismo) e a una relativamente nuova (sovranismo) sono operazioni di cosmesi lessicale per mascherare il ceppo politico nazionalista in cui i due partiti affondano le radici.

Patriottismo e sovranismo sono gli equivalenti funzionali, più educati ed eleganti, di nazionalismo, termine semanticamente saturato di significati negativi dalla storia del XX secolo. Fd’I e Vox fanno parte dell’eurogruppo dei “Conservatori e riformisti europei”, rivendicano i diritti della propria nazione di fronte ai trasferimenti di competenze verso l’UE e Vox anche verso le Comunità Autonome. Il loro nazionalismo s’inserisce nell’onda nazional populista che sta attraversando l’Europa dalla crisi economica del 2007-2008 e che ostacola gli sviluppi del processo d’integrazione. La loro forza sta nella capacità di intralciarlo e potrebbero un domani farlo fallire. Ciò che non possono fare è orientarlo, come pretendono, in altra direzione. A impedirlo sta la loro stessa natura che è come una moneta con inciso su un lato il motto “i nostri interessi al primo posto” e sull’altro “gli interessi degli altri, dopo”. C’è chi pensa che qualcuno vorrà accettare di mettere gli interessi della propria, dopo quelli delle altre nazioni? Le forze sovraniste, delle quali Fd’I e Vox fanno parte a pieno titolo nonostante la manovra tattica di lasciare alla propria destra l’eurogruppo di “Identità e Democrazia”, ostentano come solida la loro alleanza. Ma l’internazionale dei nazionalismi è un ossimoro politico: lo si è visto chiaramente con il gruppo di Visegrad, unito nella rivendicazione del primato delle proprie giurisdizioni su quelle comunitarie, ma divisosi subito di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, con un Orban filorusso e Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia schierati con il paese aggredito.

Etimologia a parte, tra patria e nazione non esistono differenze sostanziali, se non nell’uso figurato consentito dalla prima per indicarne una piccola, diversa dallo Stato nazionale. Lo stesso vale per i sostantivi derivati. Dice il vero il detto secondo cui si chiama patriottismo il proprio nazionalismo e nazionalismo il patriottismo degli altri. Ciò premesso, Meloni e Abascal utilizzano patria come il nazionalismo dalla fine del XIX secolo ha utilizzato il termine nazione. Cioè rivendicandone il monopolio della rappresentanza, quindi in modo divisivo, per marcare la la distanza tra coloro che effettivamente la difendono, cioè loro, e gli altri.
In occasione delle ultime elezioni presidenziali Meloni dichiarò che ciò di cui aveva bisogno l’Italia era un patriota. Come dire che vi erano candidati che patrioti non erano perché non esprimevano la visione della sua parte politica. Così i rappresentanti di Fd’I non votarono mai Sergio Mattarella in nessuno degli otto scrutini. Tra le mille inutili domande poste a Meloni negli ultimi tempi c’è qualcuno che le abbia chiesto se ritiene che Mattarella non sia un patriota? Il termine, inoltre, è politicamente ambiguo e polivalente. Nella guerra civile italiana del 1943-45 patrioti furono i partigiani che si batterono contro il nazifascismo e patrioti si sentirono coloro che combatterono nelle milizie della Repubblica Sociale Italiana accanto ai nazisti contro i partigiani. Tutti patrioti? Un sereno giudizio storiografico non nega la buona fede patriottica di quanti combatterono dalla parte e per la causa sbagliata, ma distribuire oggi patenti di patriottismo è tutt’altra cosa e tradisce il preoccupante sottotesto di cui s’è detto.

D’altra parte, il nome stesso del partito di Meloni suggerisce la pretesa di accaparrarsi la nazione. “Fratelli d’Italia” è l’incipit dell’inno nazionale, che è l’inno di tutti. Vero è che a catturare il sostantivo – fino a quel momento “italiano” era stato l’aggettivo qualificativo di quasi tutti i partiti – fu per primo Berlusconi con il grido da stadio “Forza Italia” e che altri ne hanno seguito il cattivo esempio. Ma l’appropriazione indebita resta e la volontà di fare proprio ciò che è di tutti, pure. Meloni pretende di affratellare gli italiani non nel nome della patria e della nazione, ma della sua concezione nazionalista di patria e nazione. La stessa pretesa che ebbero tutti i nazionalisti da quando il termine entrò nel lessico politico.

Della cultura politica del nazionalismo fa parte, infine, l’uso strumentale della religione. Lo hanno fatto tutti i nazionalismi a partire dalla fine dell’Ottocento: l’Action française, l’integralismo lusitano, il nazionalismo italiano dal primo dopoguerra, poi il fascismo e quasi tutti i nazionalismi dell’America latina. L’operazione ha battuto, tra le altre, due strade: la riduzione della religione a fattore identitario e la nazionalizzazione dei santi.

AN rivendicò a suo tempo le radici giudeo-cristiane dell’Europa. Lo stesso fanno oggi Fd’I, a cui s’è accodato in ritardo Vox, nei loro programmi. Ma capita che parole pronunciate a caldo tradiscano ciò che non dicono quelle scritte. Nel noto intervento a Marbella dell’estate scorsa, Meloni non declinò solo la propria identità di donna, madre, italiana e cristiana. Aggiunse subito dopo: «Nessuno me la può togliere, non ce le toglieranno», laddove l’oscura allusione alle identità nazionali e religiosi minacciate, non può che far parte di quella strategia della paura di cui le destre nazionaliste si sono sempre nutrite. Un tempo difendendo il popolo cristiano dalla minaccia dell’ebraismo, oggi la presunta omogeneità culturale e religiosa dell’Italia e dell’Europa dai flussi migratori, dal multiculturalismo e dall’islam, quando non dalla “grande sostituzione”.

Sulla nazionalizzazione dei santi esiste abbondante letteratura. Paradigmatica, tra altre, è l’operazione con cui l’Action Française fece di Giovanna d’Arco la santa della propria causa nazionalista. Il nazionalismo italiano, poi il fascismo, sulla scia di un processo avviato in epoca risorgimentale, fecero altrettanto con San Francesco. Richiamando il santo di Assisi in una nota del 4 ottobre scorso, Meloni ha collegato il patrono d’Italia a «quel forte senso di comunità che unisce la nazione» e pertanto all’identità italiana, mostrando – come ha scritto lo storico Daniele Menozzi https://re-blog.it/2022/10/08/luso-politico-di-san-francesco/ –il «vischioso residuo di quell’anacronistica esaltazione della nazione» tipica della cultura politica nazionalista.

Dunque, un nazionalismo longevo, storicamente autonomo e indipendente da alcuni suoi frutti, come il fascismo e il fascismo, perché c’era prima ed è sopravvissuto a entrambi i regimi, fino all’attuale metamorfosi sovranista. Potrebbe essere utile partire da questa diagnosi per calibrare le terapie.

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