Maurice de Vlaminck

di Roberto Cafarotti

Quando sentii il suo nome per la prima volta mi venne in mente un ciclista belga che seguivo da bambino in televisione e che mi ricordava i miei giochi al mare, quando con le palline colorate contenenti le immagini dei grandi campioni si giocava in spiaggia nelle piste tracciate sulla sabbia.

Il de Vlaminck a cui mi riferivo io si chiamava però Roger, e il suo cognome si scriveva De Vlaeminck, col dittongo.
Più tardi, avvicinandomi alla pittura, scoprii che questo nome era quello di un grande artista, mezzo fiammingo e mezzo francese del quale fu facile memorizzare il nome, per i motivi detti, ma soprattutto per la sua arte che su di me esercitò da subito un gran fascino.

Maurice de Vlaminck era un vero artista, uno spirito libero. Si applicò con passione e grandi risultati a molte attività disparate fra le quali, curiosamente, anche al ciclismo che in gioventù lo vide addirittura gareggiare come professionista.

Era nato nel 1876, quasi sette anni più giovane di Matisse. Apparteneva ad una generazione forte e ribelle, vocata a rivoluzionare l’arte. Partendo da un’ammirazione profonda per l’arte di Van Gogh elaborò una sua pittura ispirata alle dinamiche espressive del grande artista olandese.

Grazie alla casuale amicizia con André Derain, divenne insieme a lui uno dei primi partecipanti al movimento dei Fauves, mantenendosi sempre su una posizione personale per certi versi distante da Matisse, che reclamava un’arte molto meditata, basata sulla forza espressiva del colore. De Vlaminck invece era energia pura: le sue tele erano prodotte quasi con violenza, e certamente ben poco razionalizzate o coinvolte in complesse teorie artistiche, ma piuttosto si rivelavano come un’espressione diretta di sentimenti impetuosi.

A lui piaceva dire:” In arte le teorie hanno la stessa utilità delle prescrizioni del medico: per crederci occorre essere malati”.
Così per questo grade artista, l’essere incasellato in ristrette definizioni concettuali e artistiche, mal si confaceva al suo carattere libero. De Vlaminck abbandonò presto il movimento e, senza aderire mai al cubismo che rifiutava, affrontò un’evoluzione artistica molto personale e autonoma.

Passò dallo studio dell’arte di Cezanne per i volumi e le geometrie legate alla sua pittura e si concluse nella passione per la natura pura alla quale attingeva mediante una sensibilità quasi romantica. Se dovessi descrivere la forza delle sue tele, comparandole agli stili degli artisti del suo passato, direi che evocano la potenza di un Frederick mediata dall’energia di Van Gogh e la visionarietà di Turner.

Si, De Vlaminck amava la natura profondamente. Egli intese replicarne la forza espressiva attraverso le immagini che si fissavano nella sua mente di uomo di temperamento forte e dinamico. Volva esprimere quelle sensazioni, allora inedite, che si provavano attraversando la campagna a forte velocità, con la moto, l’automobile.

Quelle immagini cioè che si svolgono come un nastro grazie ai nuovi mezzi di locomozione, permettendo così di percepire una bellezza fugace ma inedita ed essenziale. Grazie alla modernità, fu tra i primi a cogliere ed esprimere uno stile autonomo.

L’arte di De Vlaminck non deve pertanto essere ammirata come un’opera letteraria, come la didascalica descrizione di un evento, ma piuttosto come se egli intendesse mostrarci l’energia e la potenza delle emozioni che la Natura plasmò nella sua memoria.
Questa bellissima tela appartiene agli ultimi anni della sua produzione e rappresenta una sintesi della sua visione artistica che ho brevemente descritto. Il disegno è appena accennato e la parte più significativa dell’immagine è data dal colore, i cui toni accostati definiscono le forme. Quel cielo scuro, incombente e minaccioso, è frutto di una sensazione che possiamo avvertire facilmente quando sentiamo avvicinarsi un temporale molto esteso, con l’odore dell’ozono nell’aria. Una forza che incute timore e rispetto, necessaria alla vita anche se minacciosa. Si sente in quella potenza la precarietà della vita e la bellezza del sublime che la Natura sa esprimere sia nella quiete che nella tempesta. Una piccola figura di donna è nel margine della strada. Poche pennellate la definiscono, esattamente come un ricordo sfuocato nella mente.

Dietro di lei i pali del telefono ritmano la strada dando, insieme alla lunga teoria di case con i tetti alti, un senso di infinita profondità. Immagini che l’artista fisserà nella tela come ombre che si stratificano nella memoria per nutrire l’anima e arricchire i pensieri.
(Roberto Cafarotti)

Maurice de Vlaminck (1876-1958)

Chaumières, 1933 Olio su tela, 73×93 cm Musée National d’Art Moderne G. Pompidou – Parigi.

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