Marco Palmezzano

di Roberto Cafarotti

Com’è bella e magnifica quella tavola con la Madonna posta in alto, al vertice di quella piramide compositiva così solenne.
È uno dei più bei tesori della nostra arte e c’è mancato pochissimo che per vederla dovessimo attraversare la Manica.
Il volto di Maria è delicato e trattiene con estrema dolcezza, e un velo di espressione malinconica. il suo Bambino poiché è noto che Lei sia consapevole del destino che l’aspetta. Solo le vesti decorano la Vergine e il Bambino, nessun altro orpello. Tutta l’intensità decorativa è espressa nella quinta scenica e nel paesaggio. Il velo bianco che incornicia il volto di Maria è luminosissimo. Riflette la luce ed emerge sottolineando la dolcezza del suo volto. Le pieghe del panneggio sono estremamente articolate, un tratto tipico dell’autore, Marco Palmezzano, che pochi conoscono. La storia dell’arte nacque con Vasari e si sa che egli favorì l’arte a lui più vicina che era quella toscana.

Marco Palmezzano fu un raffinatissimo artista romagnolo che seppe esprimere nella sua arte molte caratteristiche diverse che si svilupparono nel corso di quel secondo Quattrocento in tutta Italia. A partire dal rigore geometrico di Piero della Francesca, alle prospettive ardite del suo maestro Melozzo, alle architetture classicheggianti di scuola squarcionesca e persino alla delicatezza degli accostamenti tonali e cromatici veneziani, poiché dopo il 1495, il nostro Marco lavorò nella città lagunare. Lo possiamo notare anche in questa tavola, nelle pose delle figure e nei riflessi luminosi dei particolari che evocano Carpaccio o Cima da Conegliano come nei colori splendenti delle tuniche che vestono le figure sacre.
Io resto anche sbalordito dalle elaboratissime geometrie dello stallo su cui si innalza il trono della Vergine.
Eseguire quelle ombre dirette e portate su quelle superfici, così complesse, penso sia stato una sorta di supplizio tecnico che l’artista si è inflitto. C’è da dire che il risultato è affascinante e lascia stupefatti. È un vero e proprio omaggio alle ricerche di Piero della Francesca e alle geometrie di Luca Pacioli, due giganti del Rinascimento che attraverso le loro teorie e gli elaborati studi prospettici intesero indagare i misteri delle leggi celesti. Un richiamo mistico alle tradizione pitagorica che intravvedeva nelle leggi che governavano i numeri il riflesso di quelle divine.
Le due figure in primo piano alla base della Vergine sono san Michele e san Giacomo Maggiore. Anche in loro si riflettono i valori simbolici della Chiesa militante, e quella contemplativa. La gestione dello spazio è elaborata e raffinatissima. La struttura scenografica è classicheggiante e si collega a quella classicità romana che l’arte padovana, particolarmente con Mantegna, aveva riportato alla ribalta alcuni decenni prima. Il velo rosso dietro al capo della Vergine, simbolicamente separa la quinta scenica dal mondo retrostante. Indica la separazione del mondo spirituale, eterno, dove risiedono i santi, dal mondo materiale, terreno, in cui regna il peccato. Il mondo spirituale è privo della dimensione del tempo, dove il senso di eternità si produce nell’esaltazione contemplativa dell’amore divino. Mentre dietro, il mondo è soggetto al dominio dello scorrere del tempo e quindi del ciclo della vita. In alto, su una torre vediamo san Michele, la cui figura evoca la visione di san Gregorio su castel Sant’Angelo a Roma. Poi, altre figure interagiscono nella scena: un bue, simbolo id mansuetudine seduto su un prato, dei cavalieri, santi anacoreti e altre figure in movimento con turbanti in testa che evocano il pericolo della minaccia ottomana, avvertito così intensamente in quella fine del Quattrocento.

Una composizione molto complessa che si risolve in questa elaborata e preziosissima pala d’altare che oggi possiamo ammirare a Faenza. È un miracolo che questa tavola oggi non sia a Londra. La sua storia rappresenta un paradigma per le numerosissime opere d’arte che il nostro Paese ha dilapidato e disperso nel mondo. Nel 1855 questa Pala fu ammirata da un funzionario inglese, il quale, per conto della National Gallery, fece un’offerta all’orfanotrofio delle Micheline. La somma offerta fu enorme, 15.000 sterline inglesi, qualcosa nell’ordine di due tre milioni di Euro di oggi. Questo significava che gli esperti inglesi erano ben preparati e pertanto pronti ad approfittare della nostra insensata debolezza venale, consapevoli del valore artistico delle nostre opere disperse nella moltitudine delle chiese e delle collezioni private proprie delle casate nobiliari sempre più frequentemente in decadenza.
Per fortuna, il vescovo che presiedeva a tutte le istituzioni religiose della zona, era una persona lungimirante e si oppose. Lo fece trovando però moltissima resistenza, causa appunto l’appetito che tale somma dovette suscitare in quell’istituto certamente bisognoso.
La vicenda si protrasse con alti e bassi sino a quando il funzionario Inglese che si occupava della trattativa morì e, con la sua scomparsa, si dissolse anche l’attenzione per quella tela di Marco Palmezzano. Poi, nel 1878, dopo l’Unità di Italia, entrò definitivamente a far parte della Collezione Comunale, così oggi la possiamo ammirare nella Pinacoteca di Faenza in tutto il suo splendore. Ma così non fu per migliaia di altre opere che ora sono il fulcro dei musei di tutto il mondo.
(Roberto Cafarotti)

Marco Palmezzano (1459-1539)

Madonna con Bambino in trono fra san Michele Arcangelo e san Giacomo Minore, 1497 ca. Olio su tavola 179 x 175 cm. Pinacoteca Comunale di Faenza.

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