Marc Chagall

di Roberto Cafarotti 

Molti pittori sono stati per me difficili da comprendere al primo impatto. Chagall, invece, è stato un artista del quale mi sono innamorato immediatamente. E credo che molti condividano questo apprezzamento al primo sguardo, anche per i tanti che non amano particolarmente l’arte contemporanea.
Eppure, anche lui è appartenuto alle Avanguardie storiche. Fu un artista che sposò la grammatica cubista, l’Espressionismo Fauve; malgrado ciò nessuno osa alzare una parola di scandalo nei suoi confronti. Perché? mi sono chiesto.
Penso che il motivo risieda nella straordinaria capacità che egli ha avuto di evocare atmosfere care a molti. Sebbene appartenga alla cultura ebraica di origine russa, quindi teoricamente distante dalla mia, in realtà Chagall parla un linguaggio fiabesco che egli sa rendere universale comprendendo tutte le culture.
Mi riferisco a quelle tradizioni legate a un passato semplice, arcaico, fatto di piccole comunità dove ci si incontrava e ci si confrontava, magari con qualche pettegolezzo, qualche piccola invidia fra famiglie ma, nel fondo, vi era sempre presente un grande sentimento di solidarietà e di sostegno, soprattutto nei momenti più difficili della vita.
Quei sentimenti genuini si proiettavano anche nella vita di relazione, negli affetti privati, quelli almeno che intende evocare Chagall e sui quali costruisce la sua tematica.
La narrazione di quest’artista parla sovente di un amore assoluto e unico per la sua compagna Una passione che lega le anime elette quando si ritrovano nella moltitudine; un amore a cui molti aspirano. Quella che Chagall ebbe con la moglie, Bella Rosenfeld, fu un’intesa perfetta ma che si interruppe tragicamente con la morte di lei, portando l’artista in uno stato di prostrazione psicologica e fisica tale da bloccarlo e interrompere il suo flusso artistico per un lungo periodo.
Chagall parla con la pittura, condividendo i suoi sentimenti più emotivamente romantici. Lo fa con un linguaggio immaginifico e universale, costruendo un mondo ricco di meraviglia e stupore, simbolismo e tenerezza, immaginazione e verità. Ci ricorda che i sentimenti, espressi nell’astrazione della sua fantasia, coincidono con una realtà raggiungibile e non utopistica.
Il suo disegno, è svincolato da qualunque rigore accademico o prospettico. Ci fa capire la potenza del linguaggio artistico, quando cioè si libera dalle convenzioni per assume la veste di poesia. E lo fa mediante quei voli immaginari dell’anima, che Chagall sa interpretare in maniera così improbabile e nello stesso tempo perfettamente credibile.
I suoi colori partecipano in tutto ciò e integrano le note della sua lirica: sono colori purissimi. Si accostano, spesso tono su tono, in passaggi delicati, a volte anche accesi ma sempre coerenti con il senso di un’armonia quasi musicale.
Il pervinca, il viola, il bianco egli li affianca a un passionale rosso acceso del tappeto magico, il quale vola portando con sé questi due sposi, elevandoli simbolicamente col loro amore verso un Empireo dove nulla potrà toccarli.
Un mondo di pura armonia, dato da fiori e angeli che dominano i cieli che sormontano quella vallata da cui si sono appena staccati nella celebrazione del loro matrimonio. Ma è un viaggio di nozze mistico perché torneranno sulla Terra per il compimento della loro unione nel temperamento della vita.
A Chagall interessa probabilmente quel momento specifico, simbolicamente espresso dalle tre candele, quell’attimo particolare senza tempo, ovvero quello in cui gli sposi si uniscono spiritualmente diventando un’unità assoluta, che apparterrà sempre al Cielo e a quell’amore che per Chagall domina l’Universo.
Marc Chagall (1887-1985)
Le tre candele, 1939, olio su tela, Collezione privata

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