Manovre politiche

di Peter Freeman

In Italia siamo innamorati persi delle “manovre politiche”, che poi altro non sono che manovre di palazzo. Un po’ perché per molte cose siamo ancora (forse per poco) una repubblica parlamentare e le maggioranze di governo si formano in parlamento, un po’ (sempre di più) perché fin dalla formazione dello Stato unitario la “politique politicienne” ha dominato la scena. Con il passare degli anni, anzi dei decenni, il trasformismo giolittiano ha ceduto il passo ad altro ma la sostanza per molti versi è rimasta quella. Siamo così passati dalle manovre correntizie democristiane che per 45 anni hanno segnato l’agire di una parte del ceto politico del secondo dopoguerra a una nuova forma di centrismo.
Un centrismo fondato non più sulle manovre e i sotto-interessi delle correnti del partito di maggioranza ma su una tecnocrazia che aveva come condizione la totale subalternità politico-culturale di ciò che era stato il principale partito di opposizione, col tempo mutatosi in un’ameba priva di forza e di attrazione. Il vero elemento di continuità con la nostra storia dall’Unità a oggi è stata la capacità manovriera, il piccolo intrigo, le alleanze di giornata o di stagione, una certa furbizia.
Il governo Dini sembrò a tutti un capolavoro della politica, i cosiddetti “ribaltoni” il segno di una lungimirante astuzia, da Amato a D’Alema e poi Letta, la salvezza l’abbiamo sempre affidata ai governi del presidente o a quelli tecnici, ai Monti e ai Draghi, alle maggioranze variabili, per quanto effimere, a volte indecenti, più spesso di corto respiro, buone a nascondere la polvere sotto il tappeto. Abbiamo smesso di pensare la politica (non dico farla, che sarebbe pretendere toppo) e abbiamo accettato fino in fondo il teatrino, lo specchio di ciò che siamo diventati. Per dirla tutta: una sub-cultura sempre più sub man mano che la qualità del ceto politico degenerava.
L’operazione “front populaire” messa in piedi in Francia – potrà vincere o perdere, questo è tutto sommato relativo per i ritardi con cui si è giunti a questo – ci fa orrore: è incomprensibile, ci pare impresentabile perché questo è il messaggio che ci giunge dal blocco di potere che da anni ha preso la guida dell’Italia. E questa è la nostra condanna, la nostra vera impresentabilità: siamo identici a noi stessi da decenni, non moriremo democristiani ma sicuramente agonizzeremo a-politici.

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Una risposta

  1. Pier Paolo Meneghini ha detto:

    Analisi sintetica ma perfetta del parlamentarismo italiano, nel significato più negativo del termine. Quella che sempre è mancata negli ultimi decenni è la Politica. Ecco perché è cosa buona e giusta spezzare questa continuità deteriore attraverso il premierato (la madre di tutte le riforme, cui si oppongono le forze di una Sinistra che ha ormai perso i suoi tradizionali connotati popolari, divenendo la paladina dello “status quo antea”), la separazione delle carriere (spicchi di Magistratura fanno parte a pieno titolo della degenerazione politica) e l’autonomia differenziata (i territori devono vivere in primis delle proprie risorse, attivando la Politica per scoprirle, solo in secundis accedere alla sussidiarietà dello Stato).
    Chapeau a Giorgia Meloni, una fuoriclasse della Politica! E lo dimostrerà ancora…

    Pier Paolo Meneghini

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