Malcom Skey

di Alessandro Vivanti

L’11 settembre di 25 anni fa, improvvisamente e traumaticamente ci lasciava Malcolm Skey (West Coker, 12 ottobre 1944 – Torino, 11 settembre 1998), scrittore, critico letterario e traduttore inglese, agente letterario, ma soprattutto un carissimo e affettuoso amico di famiglia, che lavorò lungamente alla Casa editrice Einaudi. Considerato uno dei maggiori esperti italiani del romanzo gotico, era anche l’autore dei due più importanti dizionari inglesi, quelli della Paravia e della SEI. Impareggiabili per precisione e ricchezza delle definizioni.

Ho l’indelebile ricordo di una sua cena, in una casa dalle parti di piazza Arbarello (non ricordo in quale via esattamente), con uno spettacolare minestrone di verdure e con la vera zuppa inglese accompagnata dal Syllabub, la panna fresca addizionata a sherry o madera (o vino bianco dolce), spezie, succo e scorza di limone e poco zucchero. Due leccornie impareggiabili. Di simpatia unica, che sfoggiava anche nei momenti di più profonda depressione, lo voglio ricordare con le parole di Paolo Repetti ed Ernesto Ferrero che lo conobbero professionalmente.

Un mio ricordo personale riguarda la sua grande conoscenza geografica che Malcolm trasponeva negli orari degli aerei, mentre io lo battevo su quella degli orari ferroviari.

“Quello lì sapeva tutto.”
Paolo Repetti
“Alto, imponente come un corazziere, il gran cranio cilindrico virgolettato da radi ciuffi di ricci alle orecchie, bocca carnosa, occhiali dalla pesante montatura nera, Malcolm Skey compare in via Biancamano all’inizio degli anni Settanta. […] di famiglia modesta, una o due lauree a Oxford, doveva aver lavorato per l’intelligence inglese, forse non ne era mai uscito del tutto. Aveva i tratti di tanti intellettuali del suo paese, affascinati dall’arte di essere tutti e nessuno, dovunque e in nessun posto, spie per passione intellettuale. All’indomani del disastro di Ustica, quando ancora i giornali brancolavano nell’ipotesi del cedimento strutturale, Malcolm spiegò agli amici che c’era stato un conflitto a fuoco per un Mig libico, un missile aveva abbattuto il Dc9 dell’Itavia.
Da Oxford era passato per qualche tempo in Provenza, a Nîmes, e di lì a Torino, dove faceva conversazione in inglese prima con Norberto Bobbio, poi con l’Editore. Parlava molte lingue. Gli bastavano quindici giorni per impratichirsi dell’ungherese o del polacco al punto da essere in grado di conversare con un taxista, magari simulando l’accento di un sobborgo della capitale. Imparò in breve tempo il piemontese, che declinava nei larghi modi bonari di un Gianduja; bravissimo nell’imitare Mila, da cui spesso dissentiva in materia di musicologia.
Lavorò anche per la Fiat, al tempo dell’ingresso dei libici come azionisti. Pareva anzi in dimestichezza con l’Avvocato in persona, di cui lasciava intravedere biglietti autografi che lo convocavano a corte in toni confidenziali. Nel momento più avventuroso della sua collaborazione s’era aggregato ai carabinieri dei nuclei speciali per inseguire funzionari infedeli che stavano per vendere alla concorrenza segreti di fabbrica. L’inseguimento, parte in elicottero, parte in automobile, s’era prolungato sino a Trieste, dove i reprobi erano stati finalmente catturati.
Di queste peripezie da agente speciale Malcolm era fiero. Difficile capire dove la realtà finiva e cominciavano i piaceri dell’affabulazione.
La singolarità dell’uomo, che sembrava uscito da un romanzo di Forster o di Le Carré, non si fermavano qui. Eccellente linguista, lavorava da anni a un dizionario italiano-inglese. Girava per la città reggendo sottobraccio voluminosi tabulati di bozze, quasi un’appendice cartacea di lui, che tendevano a srotolarsi rovinosamente nei momenti meno opportuni. Le sue conoscenze erano enciclopediche, e toccavano con eguale competenza l’arte, la storia, le scienze, la cucina. Musicologo e melomane, poteva fischiettare dall’inizio alla fine un quartetto di Beethoven. Assiduo ai concerti, parlava di Salvatore Accardo o di Abbado come di cari amici. Si offriva di organizzare serate conviviali con loro.
[…] Un uomo tanto mercuriale non poteva sfuggire alla curiosità dell’Editore. Assunto in segreteria, passò all’Enciclopedia diretta da Ruggiero Romano, con l’incarico di tenere i contatti con le decine di collaboratori dell’impresa, autorevoli studiosi d’ogni paese, cui era affidata la redazione delle singole voci. L’attività era particolarmente gradita a Malcolm, vittima di una dromomania permanente. Conosceva a memoria gli orari di tutte le compagnie aeree e relative tariffe. Per lo stupore dei colleghi, esibiva sulla scrivania insalate di biglietti non utilizzati, che poi non riusciva a giostrare nelle combinazioni per lui più vantaggiose. Si vantava di poter andare da Torino a Francoforte passando per Los Angeles-Tokyo. Al ritorno da viaggi frenetici (New York, Varsavia, Mosca) mi gratificava di affettuose bugie:
“Lévi-Strauss ti saluta! Jakobson ti stima molto!”
Quando non doveva viaggiare per l’Enciclopedia, per meglio concentrarsi nella rifinitura del suo dizionario, la cui uscita veniva rinviata di anno in anno con disperazione del suo editore, prendeva il treno per Roma, scendeva a Pisa e tornava indietro: diceva che in treno lavorava meglio. Tra le sue passioni intellettuali, i racconti di fantasmi. Come loro, si distingueva per l’inafferrabilità, l’arte di comparire e scomparire a sorpresa, lo stile aristocratico, lo humour, perché non c’è ghost story senza l’umorismo acidulo che rafforza la complicità tra chi narra e chi ascolta. Curava edizioni di classici (Jane Austen, Dickens, Poe, Walpole) per piccoli editori che non lo pagavano, e che lui anzi sovvenzionava sottoscrivendo azioni che erano altrettante donazioni a fondo perduto.”
Ernesto Ferrero, I migliori anni della nostra vita, Feltrinelli, 2005.

“Imbandiva pranzi raffinati che si ispiravano alle ricette cinquecentesche dei Gonzaga. Regalava vasetti di preziose marmellate inglesi di agrumi, ma non c’era specialità medio-orientale che gli fosse ignota, ivi comprese certe speziatissime salse irakene. Invitato a cena, lasciava di stucco gli ospiti arrivando in aereo da Parigi con preziosi sorbetti al ribes in confezione da trasporto. Cultore di jogging, all’alba o nel cuore della notte correva in tuta e berretto per i viali cittadini, magari fermandosi a scambiare convenevoli con gli ufficiali dei carabinieri suoi amici a qualche posto di blocco.

Attraversava di buon passo le colline per andare a mangiare in qualche vecchia piola specialità piemontesi come il fritto misto e le pesche all’amaretto. Gli osti, con cui conversava in dialetto, erano pieni di deferenza verso il misterioso “professore”. Di matti per la collina ne giravano tanti (Le piole erano o quella Al pilone del lupo di Pecetto o Dell’Allegria da Maria a Pavarolo).

[…] Era sempre altrove rispetto a dove doveva essere. Atteso a cena, non si presentava. Telefonava dopo tre giorni accampando scuse romanzesche: guasti telefonici, incidenti automobilistici, incendi devastanti, gravi emergenze famigliari. Con il replicarsi delle assenze, le spiegazioni diventavano sempre più catastrofiche. Cominciò a parlare di funerali, di decessi improvvisi. Una moria fulminante e inarrestabile aveva preso di mira i suoi amici, mai a Torino, piuttosto in luoghi mediamente remoti, Brescia, Pisa. Nelle sue laboriose giustificazioni, le Parche presero a colpire preferibilmente bambini e giovani spose, ménage esemplari, felici. Via via che i resoconti si facevano strazianti e i decessi più crudeli, quasi insostenibili, gli ascoltatori non riuscivano a trattenere accessi d’ilarità.

“Stronzi!” sibilava lui.

Ci vollero anni per capire che cosa si nascondeva dietro quelle bugie.”

Ernesto Ferrero, op. cit.

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