Ma quale resistenza

di Francesco Moriconi

MA QUALE RESISTENZA

Leggo parossistiche reazioni allo scontatissimo successo di Giorgia Meloni. Gente che vuole espatriare, che pensa al regime e altre amenità.
Io, francamente, non ho paura di Giorgia Meloni più di quanto non ne abbia della maggioranza di quelli che mi chiedono il voto. Ho sopportato Di Maio in due ministeri diversi e fondamentali di questo Stato: non credo che lei abbia meno cultura politica di uno a cui ho sentito dire che stava “facendo la storia”.
Però…
Per una volta evitiamo fumose analisi tipo “avevamo un grande sogno ma non ci hanno capito” e guardiamo in faccia il disastro.
Breve ricapitolazione degli ultimi 5 anni, giusto per non scrivere la Treccani:
Zingaretti e il suo partito decidono di fare una dimessa campagna elettorale, riempiendo i manifesti della sua faccia sorridente e lo slogan: “indennità europea di disoccupazione”.
Posizione banale e rassegnata, che parte dalla triste accettazione, condivisa con i cinque stelle, che il lavoro non c’è e non si crea e che dunque bisogna inseguire gli elettori senza lavoro dandogli soldi che non possono guadagnare.
Quanto di più lontano esista dall’idea di progresso e di fiducia nello sviluppo, nella ricerca, nella nobiltà del lavoro. Una qualunque idea populista.
Con questo atteggiamento il PD perde ulteriori 100.000 voti rispetto a quanto fatto il famoso 4 marzo da Renzi, al di là delle percentuali farlocche che l’intero sistema politico si rifiuta di legare al numero dei voti e dell’astensione.
Quando cade il primo governo Conte, perché il genio di Salvini pensa di prendersi tutto, il PD, senza farselo chiedere, senza cercare potere contrattuale – che pure avrebbe attendendo un invito dei 5S – si getta in soccorso e si allea con quelli che fino alla settimana prima gli sputavano addosso. Se no, vince Salvini. L’argine alle destre, diceva Bersani. Si doveva fare, forse, ma non così. Perché un conto è poter porre delle condizioni, un conto è gettarsi in braccio a un branco di scappati di casa assistenzialisti.
Poi Zingaretti si dimette, perché nel PD pensano troppo alle poltrone (ma va? Ecco perché parlavano di sussidio e non di lavoro. Di lavoro non si deve parlare).
Perciò un partito che si è distinto per giocare sul tavolo degli ammaliatori di masse fino a autorappresentarsi come “il partito del sacrificio” il partito della responsabilità (ma de che?) ha solo rimandato quello che era inevitabile. Se rimani ancorato a una quasiasi poltrona per “bloccare le destre”, prima o poi le destre tracimano. E ti travolgono.
È un errore comune, purtroppo. Pensiamo a Calenda: convinto della fine dei 5s (sottovolatutando la potenza che ormai hanno i personaggi e non più i partiti) si è lanciato in una battaglia che altro non era che la surroga bersaniana dell’argine: prendiamo il 10% per fermare la Meloni. Risultato: manca poco che il centrodestra piglia i 2/3.
Ma il capolavoro autodistruttivo e miope rimane del PD. Capíta già da tempo la mala parata, dopo la fuga del temerario Zingaretti, mette come segretario Enrico Letta. L’ha scritto ieri Bonaccini: “gliel’ho chiesto anche io perché è una persona per bene”. Che in politichese vuol dire: uno che sposta poco ma è rispettabile, considerato che senza dubbio le destre ci faranno il mazzo, lui lo possiamo bruciare.
E via quindi con “la responsabilità”, Draghi, il campo largo (di nuovo a sputi), Calenda sì Calenda bum, sempre all’inseguimento. E quando insegui, in politica, non vinci mai. Poi, i temi della campagna: sacrosanti ma incapaci di interpretare il momento. Le scelte (a proposito di slogan fallimentari) si possono fare quando c’è una proposta concreta su temi sentiti da tutti. Fondamentali i diritti, decisamente meno i 10.000 euro ai diciottenni (una follia ammiccante, nient’altro). Non una parola chiara sul fallimento della scuola, sulla necessità del lavoro. LAVORO.
E basta con questa storia che tutti uniti saremmo maggioranza. Calenda ha in barca la Carfagna e la Gelmini (quella che ha copiato la forma americana della scuola lasciandone alla deriva la sostanza italiana). Non sono di sinistra. I cinque stelle, e il loro mantra gratuito, non sono la sinistra del lavoro e dell’istruzione. ISTRUZIONE.
La vogliamo finire di essere oleografici, di dire le cose giuste con sussiego? Vogliamo stare in mezzo alla gente, ascoltarla, selezionare la migliore?
Il giorno dopo siamo già vergognosamente a fare le citazioni, a parlare di resistenza (ma che ciavete in testa?)
Cioè, mentre le donne iraniane vengono crivellate di colpi perché si legano i capelli con l’elastico io devo vedere gente che parla di resistenza tra una sfilata di moda e una canzoncina pop?
Ma un po’ di senso della misura esiste ancora? Esiste una capacità di guardarsi dentro e capire che non si deve solo arginare e perculare ma fornire una reale alternativa? ALTERNATIVA.
Guardate, io adoro De Gregori ma non gli perdono La Storia. Bella, bellissima. Ma c’è quella strofa… falsa, ideologica e fatta di una fiducia cieca nella “gente”.
“E poi la gente (perché è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare”.
La gente non sa benissimo dove andare. Men che meno in questa fase post ideologica, post berlusconiana, mariadefilippiana. La gente, al massimo, cerca risposte. E quando non le trova, quando le ha provate tutte, ogni tanto spacca tutto. In genere, però, si astiene. Quando lo capirete, sarete maggioranza nel paese. Adesso finiamo di raccontarcela.

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