Ma che storia è?

di Marco Vigna

La battaglia di Calatafimi non è mai avvenuta, secondo Del Boca.

Lorenzo Del Boca, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti dal 2001 al 2010, è uno dei più conosciuti scrittori cosiddetti “revisionisti”. Egli nel suo libro “Indietro Savoia” riporta una sequela di affermazioni a dir poco storicamente discutibili, che talora appaiono surreali.

Giusto per dare un’idea del tenore del testo, basti ricordare succintamente ciò che egli scrive sulla battaglia di Calatafimi.

Del Boca afferma drasticamente che «la battaglia non ci fu. I garibaldini fecero quella corsa podistica, per i dirupi scoscesi di una collina, ma non si scontrarono nemmeno con i borbonici.» Pertanto secondo costui a Calatifimi non si è proprio combattuto ed è stata, come egli la definisce, una «recita».
Poiché i garibaldini ebbero 30 morti e 150 feriti, mentre i loro avversari persero 120 uomini fra morti e feriti, rimane da spiegare a Del Boca come e perché si sarebbero avuti queste perdite da ambo le parti, se davvero la battaglia non è mai stata avvenuta. Il degno parente di Angelo Del Boca e presidente dell’ordine dei giornalisti allora riferisce le seguenti spiegazioni.
Parlando dei garibaldini, egli dichiara che uno fra questi sarebbe morto per un medicamento sbagliato di una ferita (procuratasi come, se non si era combattuto?), mentre un altro avrebbe scelto quel luogo e momento per suicidarsi (sic!). Dei restanti 28 morti e 150 feriti dei Mille non viene fornita nessuna indicazione.
Discorrendo delle unità regolari dell’esercito borbonico, egli ne commenta le perdite dicendo che «i napoletani devono essersi fatti male da soli, mentre si piazzavano sul cocuzzolo del Pianto Romano o mentre se ne andavano». Si ripete la frase nodale di Del Boca per la sua significatività: «i napoletani devono essersi fatti male da soli».
Insomma, poiché a detta di costui a Calatifimi non vi sarebbe stata una battaglia, i morti e feriti d’ambo le parti (300 circa in tutto, su un numero totale di combattenti che era approssimativamente di 3000, quindi 1 su 10) sarebbero stati dovuti ad eventi accidentali o suicidi. Garibaldini e borbonici anziché combattersi avrebbero sparato su sé stessi o sui propri commilitoni.
È appena il caso di dire che le sue eccentriche ipotesi non hanno riscontro alcuno nelle fonti, né in quelle di parte garibaldina né in quelle di parte borbonica, che tutte attestano che la battaglia avvenne e la descrivono in termini non dissimili nel suo svolgimento.
I cacciatori dell’VIII battaglione ed i fanti del 10° reggimento di linea dell’esercito delle Due Sicilie si batterono con bravura e determinazione, tanto che Garibaldi ebbe la meglio solo con molta fatica e dopo essere stato vicino alla sconfitta, aver rischiato la vita più di una volta ed aver perso la stessa bandiera. Lungi dal risolversi una specie di corsa dei garibaldini verso la cima dell’altura, la battaglia durò molte ore e vide prima un attacco dei napoletani, poi sette diverse cariche all’arma bianca dei Mille, frenate da contrattacchi locali degli avversari.
Del Boca scrive di Garibaldi che «non veniva colpito solo perché stava prudentemente alla larga dalla prima linea di fuoco.» In realtà il Nizzardo era stato ferito diverse volte nella sua lunghissima carriera militare, la prima quando era ancora un adolescente ed aveva dovuto combattere nell’Egeo contro alcuni pirati che aveva aggredito la piccola imbarcazione su cui prestava servizio come marinaio. In Sudamerica fu ferito altre volte ancora, nella difesa di Roma si ritrovò con il poncho a brandelli e la sciabola ammaccata ecc. Del Boca si contraddice persino, poiché parlando della battaglia del Volturno afferma che «Garibaldi […] divorato da quei periodici dolori d’artrite […] non riusciva a stare a cavallo, ma pretese di essere accompagnato al fronte in carrozza. […] rischiando addirittura di essere ammazzato da una scarica di fucileria che gli uccise il cavallo e gli rovesciò il calesse.»

Questo scrittore sciorina al lettore una sequela di “voci” (altri direbbero pettegolezzi) di dubbia od inesistente credibilità. Il non plus ultra è raggiunto quando Del Boca ritiene verosimile che Vittorio Emanuele II non fosse figlio di Carlo Alberto e di sua moglie Maria Teresa, ma di un macellaio fiorentino di nome Tanaca e che fosse stato adottato di nascosto per sostituire il vero principe.
Il Nostro accenna anche all’intimità coniugale di Francesco II di Borbone con la moglie Maria Sofia di Wittelsbach, riferendosi a quanto avrebbero osservato le «cameriere [che] spiavano dal buco della serratura [il re] che saltellava per la camera recitando gag in dialetto napoletano.» In realtà l’ultimo re di Napoli e sua moglie nei primi tempi del matrimonio comunicavano fra di loro in francese letterario, lingua che ambedue conoscevano e che era all’epoca abitualmente adoperata come idioma comune dalle aristocrazie europee. La regina, appena giunta in Italia dalla natia Baviera, non conosceva il napoletano più di quanto il marito padroneggiasse il bavarese, cosicché è alquanto improbabile che il consorte, di carattere sì debole ma di modi dignitosi, si atteggiasse a pagliaccio e gli facesse battute nella a lei incomprensibile lingua partenopea.
Un capitolo del suo libro s’intitola addirittura “La diplomazia delle mutande”.

Del Boca prosegue imperterrito nel resto del libro sulla stessa falsariga, asserendo tali e tante cose da rendere impossibile riferirle tutte.
Questi afferma fra l’altro che: i garibaldini si erano alleati «con la ‘ndrangheta in Campania» (la ‘ndrangheta in Campania?); il 20 settembre del 1870 apparvero «luci misteriose» che illuminarono tutta la catena degli Appennini da nord a sud e che sarebbero stati «i segnali della Frammassoneria» (i poteri paranormali della massoneria?); un capitano torturò con il ferro rovente un sordomuto per «154 volte» (lo sventurato per quanto sordomuto doveva avere una resistenza fisica sovrumana …); Garibaldi aveva un debito di 200 milioni di franchi con il Banco di Napoli (nel 1858 il bilancio dello stato borbonico era di circa 16 milioni di ducati: come avrebbe fatto Garibaldi a fare un debito, come privato cittadino, di 200 milioni di franchi?).

Il tutto è condito da metafore di ordine calcistico («Come si fosse trattato di un torneo di calcio, i piemontesi pensarono alla rivincita ma, durante l’intervallo, non rinunciarono …»;«Come capita con gli allenatori delle squadre di calcio»), richiami insistenti alla politica spicciola contemporanea (Cavour sospetto di “conflitto di interessi” …) e da paragoni vaghissimi e generici fra l’esercito italiano ed Attila, Gengis Khan, Tamerlano, Torquemada, Cromwell, Robespierre, Kappler.

Dulcis in fundo, egli non manca di chiamare in causa il soprannaturale quando riferisce che una statua della Madonna sarebbe stata mandata in processione «con le insegne massoniche. Il Vesuvio che eruttò, portando rovina a Torre del Greco, parve la reazione del Padre Eterno all’insulto degli uomini.» Una eruzione vulcanica che “pare” essere un castigo celeste per una statua della Madonna che sarebbe (il condizionale è d’obbligo) essere stata fatta sfilare con insegne massoniche?

Di tante altre interessanti scoperte fatte dal prodigioso (ex) presidente dell’ordine dei giornalisti non è possibile rendere conto in questa sede. Il libro però garantisce diverse sorprese ad ogni pagina e si rivela degno di figurare accanto ad altri capolavori del genere come “Terroni” di Pino Aprile.

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2 risposte

  1. Gabriele Modonutti ha detto:

    Buongiorno, il testo è stato erroneamente attribuito a me ma è stato scritto da Marco Vigna, io l’ho solo ricondiviso su Facebook.

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