L’università italiana di fronte alle leggi razziali del 1938

A proposito del libro di Gabriele Turi, «Israelita ma di eccezione». Ebrei perseguitati nell’università italiana, Prefazione di Luigi Dei, Firenze, Firenze University Press, 2021

di Nicola D’Elia

Il titolo dell’ultimo libro di Gabriele Turi fa riferimento a un’affermazione pronunciata da Giovanni Gentile nella primavera del 1942, in occasione della commemorazione del filologo Michele Barbi – scomparso l’anno precedente –, a proposito del comune maestro alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Alessandro D’Ancona, che era di origine ebraica. Secondo Renzo De Felice, Gentile fu tra i pochi intellettuali di punta del fascismo che, una volta avviata la campagna razziale, «seppero mantenersi estranei alla canea di quegli anni» (R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Nuova edizione ampliata, Torino, Einaudi, 1993, p. 388). Inoltre, è ampiamente noto che egli si adoperò per aiutare molti studiosi ebrei colpiti dalle leggi razziali, i quali si rivolgevano a lui conoscendo la sua avversione per il razzismo e l’antisemitismo e gli serbarono duratura riconoscenza.
Ma a Turi, il quale definisce l’opera storica di De Felice con il termine spregiativo di «revisionismo» (p. 29), tutto ciò non basta. Egli rimprovera a Gentile di non essersi mai opposto pubblicamente alla politica antisemita del regime. Le obiezioni di chi ha documentato che il filosofo siciliano espresse anche apertamente il proprio dissenso verso il razzismo (vedi P. Simoncelli, Non credo neanch’io alla razza. Gentile e i colleghi ebrei, Firenze, Le Lettere, 2013), pur con le cautele imposte dalle circostanze, non lo convincono. Secondo Turi, la definizione «israelita, ma di eccezione» riferita a D’Ancona rifletterebbe «un pregiudizio inconscio» ed esprimerebbe una posizione «non certo conflittuale col regime» (p. 20). In conclusione, Gentile non dovrebbe essere risparmiato dal biasimo che merita l’intero mondo accademico italiano per essere rimasto silente di fronte all’espulsione degli ebrei dalle università.
Eppure, quale che sia il giudizio su Gentile e l’interpretazione delle sue prese di posizione pubbliche sul tema del razzismo, sembra difficile mettere sullo stesso piano i suoi interventi in favore degli studiosi ebrei epurati e il cinismo e l’opportunismo della stragrande maggioranza degli accademici italiani che non si fecero scrupoli di occupare le cattedre lasciate vacanti. È inoltre evidente che a Gentile non possa essere rimproverata quella indifferenza per la sorte dei colleghi ebrei che fu l’atteggiamento prevalente tra i docenti universitari durante la campagna razziale.
Il tema dell’indifferenza e del silenzio è il leitmotiv del volume di Turi, che trae occasione dalla «Cerimonia delle scuse e del ricordo» tenutasi a Pisa il 20 settembre 2018. In tale circostanza i rettori delle università italiane si sono riuniti per riconoscere pubblicamente, a distanza di ottant’anni dall’emanazione delle leggi razziali, le responsabilità del mondo accademico. Nella prefazione al volume, l’ex Rettore dell’Università di Firenze, Luigi Dei, ricorda le parole ad effetto – «noi oggi non dobbiamo obbedire mai più» – pronunciate dal suo collega pisano Paolo Mancarella durante la cerimonia e insiste sulla necessità di «bandire l’indifferenza» e di assumere un impegno di «responsabilità» (p. 10).
Si tratta di capire cosa vogliano dire oggi – concretamente – queste parole, anche alla luce della vicenda giudiziaria che ha coinvolto Dei, costringendolo alle dimissioni dalla carica. Non è lecito dubitare che i rettori riuniti a Pisa, se si fossero trovati al posto dei loro predecessori nel 1938, avrebbero urlato senza timori la loro contrarietà alle leggi razziali in faccia all’allora ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai. Sorprende invece che essi non siano altrettanto risoluti nel prendere posizione contro gli abusi che avvengono sistematicamente negli atenei in occasione delle procedure concorsuali e nell’applicare le decisioni dei tribunali.
L’università, purtroppo, continua a essere luogo di discriminazione. Senza voler mettere sullo stesso piano la situazione attuale con quella del 1938 – ciò che sarebbe del tutto fuori luogo –, è indubbio che le scuse degli atenei per il loro coinvolgimento nella campagna antisemita apparirebbero assai più credibili e sincere se da parte delle loro massime cariche ci fossero una effettiva assunzione di responsabilità a promuovere trasparenza e meritocrazia, e un attivo incoraggiamento a rompere il muro del silenzio che protegge la “mala università”. Se invece continueranno a persistere meccanismi di esclusione, nessuno potrà essere certo che l’infamia del 1938 non si ripeta.

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4 risposte

  1. Gadi Luzzatto Voghera ha detto:

    Non è chiaro chi sia l’autore di questo articolo, se Pepe o D’Elia (non conosco né l’uno né l’altro). E sono c’ero che la polemica contro la mancanza di trasparenza nei concorsi universitari sia corretta. Ma: come vi permettete di associare la vicenda dell’epurazione dei docenti ebrei nel ’38 a quel che capita nei concorsi?! È un articolo che dà fiato alla distorsione storica, confuso e francamente poco corretto.

  2. Daniele ha detto:

    Gentile Gadi Luzzatto Voghera, Lei dimostra di aver letto con estrema superficialità l’articolo, lo dimostra la confusione che fa nel suo commento (non ha capito chi sia l’autore, quando è chiaramente indicato, e attribuisce a quest’ultimo un accostamento che egli nega esplicitamente di voler fare nel suo testo). Le consiglio di rileggere con maggiore attenzione e meno fretta prima di rimettersi a smanettare alla tastiera.

  3. Armando Pepe ha detto:

    Mi faccio latore di una conclusiva risposta di Nicola D’Elia:

    “Grazie. Mi sembrava di aver detto chiaramente che era fuori luogo mettere le due vicende sullo stesso piano. Tendo a evitare di replicare ai commenti”.

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