L’università Federico II è un patrimonio culturale europeo

di Pasquale Palmieri

“Non devi parlare male della tua università”. “Ricordare solo le carenze non aiuta nessuno”. “Le nuove generazioni potrebbero essere scoraggiate a iscriversi”. Mi capita spesso di ascoltare frasi del genere quando provo a evidenziare i problemi gravissimi che ormai da anni affliggono la “Federico II” di Napoli.

In queste settimane giornali, social e siti internet sono invasi dalle classifiche stilate dal Censis sui servizi offerti dagli atenei italiani: mense, alloggi, aule, sale studio, laboratori, attrezzature digitali. Le istituzioni campane occupano gli ultimi posti. La “Federico II” è ultima in assoluto nel paese, se si considerano le strutture con più di 40.000 iscritti.

Forse ora possiamo dirlo: il silenzio non ha aiutato nessuno. Ha contribuito, al contrario, a rendere più accettabili le nostre mancanze.

La “Federico II” non è solo di chi ci lavora o di chi ci studia. Non è solo dei napoletani o dei meridionali. Non è un prodotto da vendere sul mercato. Non è un oggetto intorno al quale costruire campagne di marketing.

È un bene che appartiene all’intera comunità scientifica e alla società civile, a tutti noi italiani ed europei. Chiedere dignità, spazi, diritto allo studio – con tutta la forza e i mezzi che abbiamo a disposizione – non significa denigrarla. Significa rispettarla e volerle dare un futuro.

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