Lucio Magri, un comunista con il pallino del rinnovamento

di Aldo Garzia

Dal 1976 al 1984 ho lavorato a stretto contatto con Lucio Magri (1932-2011), con cui ho dialogato e collaborato fino alla vigilia della sua morte. Lo considero, insieme a Pietro Ingrao, il mio “maestro” politico e teorico.

il manifesto nasce nel 1969 su impulso pure internazionale. Da un viaggio di Rossana Rossanda e Magri fatto a Parigi nel maggio ’68, che poi diede origine a due libri pubblicati dall’editore De Donato: una riflessione sui “fatti di maggio” (Lucio), una analisi del movimento degli studenti italiani a confronto con quello francese (Rossana). L’idea del manifesto rivista – i promotori verranno radiati dal Pci nel 1969 – è nata dunque a Parigi in pieno ’68 di fronte alle resistenze di Pci e Pcf a cogliere le novità di quella fase e a rinnovarsi. Sul dibattito italiano pesava la morte nel 1964 di Palmiro Togliatti.

Capitava spesso che con Lucio parlassimo dei suoi anni di formazione: l’assonanza giovanile con Giuseppe Dossetti, l’iscrizione al Pci di Bergamo datata 1957/1958 insieme ad altri intellettuali di formazione cattolica. All’originale pensiero di Magri – che poi prenderà forma compiuta con l’esperienza del manifesto e del Pdup di cui diventerà segretario – contribuiscono le precoci letture degli autori della Scuola di Francoforte (da Adorno a Marcuse), di John Kenneth Galbraith, Jacques Maritain, Augusto Del Noce, Franco Rodano, György Lukacs. Sono autori che daranno all’accostamento di Magri al marxismo, insieme a una introspezione dell’analisi di Antonio Gramsci, un sapore particolare: il rifiuto del marxismo ridotto all’economicismo in voga negli anni Sessanta, la critica puntuale del capitalismo maturo, della società di massa e della società dei consumi che era estranea a una cultura marxista tradizionale e alla tradizione storicista del gruppo dirigente del Pci.

Da Galbrath – mi riferisco al libro La società opulenta del 1960 in cui l’autore critica le presunte leggi “naturali” del mercato – Magri apprende una analisi “dall’interno” e non scolastica del capitalismo nel suo punto di massimo sviluppo negli Stati Uniti, quindi della società  dei consumi e della “società di massa”. Da Lukacs, Magri fa propria invece una certa teoria della soggettività: il filosofo ungherese aveva liberato il marxismo dal dogmatismo ideologico riscoprendo l’alienazione come una delle contraddizioni della società contemporanea, mettendo a rapporto la tradizione marxista con l’esistenzialismo francese.

Il sarto di Ulm (edizioni il Saggiatore, 2010) è il suo testamento politico. Chi lo leggerà per la prima volta o lo rileggerà vi troverà un pensiero politico mai domo e ripiegato sul presente ma ricco di tensione ideale nel cercare le ragioni di un cambiamento sociale che per lui non poteva che associarsi all’idea politica di un moderno socialismo.

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