Lucian Freud

di Roberto Cafarotti

Quanta ammirazione e fascino esercita su di me l’opera di Lucian Freud. La stessa che provo per il suo amico e, per certi aspetti, maestro Francis Bacon. Entrambi trattano il corpo umano come materia plastica, fluida, dalla quale trarre nella forma un senso di intensa pulsione, di vita e di pensiero, quello che anima il corpo umano. Mi piace pensare a questa arte come una nuova forma di Umanesimo, di attenzione particolare all’Uomo dopo l’orrore che l’uomo stesso ha prodotto con i numerosi stermini ideologici e politici del XX secolo.

Freud nacque nel 1922 a Berlino dove la famiglia restò sino al 1933, quando con l’ascesa di Hitler il padre fuggì a Londra, poiché intuì il dramma che si sarebbe da lì poco consumato in quella disgraziata tragedia che fu l’avvento del Nazismo.

L’artista portò con sé tutto il dramma del suo Paese di origine, e la complessità di una famiglia così ricca intellettualmente e materialmente, alla quale apparteneva suo nonno Sigmund, il padre della Psicoanalisi. Ma Lucian non aderì mai al mondo patinato a cui avrebbe potuto accedere grazie ai suoi privilegi di nascita. Visse gran parte della sua esistenza a Paddington un quartiere all’epoca abbastanza modesto. Nel suo piccolo studio disadorno frequentava le persone che egli amava, come quelle della sua famiglia o che gli erano legate sentimentalmente, oppure di personaggi che lo interessavano caratterialmente e che sceglieva certo a prescindere dalla loro condizione sociale o economica. Freud pertanto trovò nell’arte l’occasione di scavare nell’animo umano per cercare le ragioni dell’esistenza e una traccia di razionalità in mezzo alle tante assurdità che hanno attraversato il XX secolo. È pertanto logico trovare nella sua produzione di ritratti sia il volto di John Deakins, fotografo ma anche ladruncolo di Soho, la cui immagine è perfettamente aderente a un compagno di bevute, grazie ad uno sguardo un po’ annebbiato dai fumi dell’alcool, sia quello della regina Elisabetta, adorna di tanto di corona che, nel contesto di quell’immagine, diventa subito un dettaglio dissociante, quasi estraneo alla sua figura. Grazie a ciò Freud riesce a svelare la condizione umana più prosaica della sovrana, privando completamente la sua immagine di quell’effetto patinato e regale con cui è celebre nel mondo.

Se amerete Freud e la sua pittura scoprirete che nulla della sua arte è fatto per compiacere ma piuttosto troverete una costante e profonda ricerca. Le sue tele sono come miniere a cielo aperto, scavate nei corpi e nei volti per far emergere l’energia vitale che traspare nella materia. Come se il corpo fosse un’aggregazione inerte di terra che prende vita grazie al suo pennello. In Freud, questa vitalità raramente è energia dinamica ma piuttosto diventa pensiero puro che si materializza.

In questo suo ritratto, eseguito nel 1985, l’artista ha sessantatré anni. Malgrado lo sguardo sia diretto verso di noi, si percepisce che egli guarda lo specchio, sta indagando se stesso. Lo manifesta attraverso ogni singola variazione tonale data con quelle terre pastose con le quali compone le sue figure.

Per me è esattamente una variazione dell’arte dell’ultimo Rembrandt, quello della sua solitudine e dei suoi autoritratti così intensi. Trovo che quest’opera in particolare si accosti enormemente alla pittura del grande genio di Rotterdam. Lo vedo in ogni singola ruga tracciata con cui racconta della sua vita: una vera e propria narrazione esistenziale compressa in un attimo preciso, quello proiettato nella tela. Lo si percepisce anche dalla nudità che accompagna spesso i suoi soggetti. Una nudità cruda perché la sua arte non deve dissimulare, celare la nostra identità, ma anzi ne intende rivelare l’incompatibile fascino del mondo interiore con l’espressione antitetica della carne e della mutevole degradazione che la vita ad essa imprime.

La luce, che come in molte sue opere proviene dall’alto, pare voler entrare all’interno del corpo con cui giunge ad uno scontro. È come un piccone che duramente solca la materia, la terra, la roccia. Così la luce entra nella pelle di Lucian Freud rivelando in quelle tracce il risultato della sua indagine, mostrandoci con l’arte l’intensità della sua esperienza di vita.

Lucian Freud (1922-2011)
Reflection (autoritratto), 1985 Olio su tela 56 x 51 cm. Collezione privata.

Ritratto della Regina Elisabetta II, 2001, Olio su tela, 23,5 x 15,2 cm, Collezione Reale, Londra

 

 

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