L’ontologia di Severino

di Isabella Villi

Tra i maggiori pensatori del secondo Novecento, Severino è stato il massimo esponente del nichilismo odierno, rivisitato sulla scorta dei classici greci (uno su tutti “Parmenide”), grande interprete della filosofia antica, di Nietzsche e di Leopardi (dal filosofo stesso annoverato come uno dei più grandi pensatori della storia, non solo dal punto di vista poetico e letterario), senza limitarsi ad essere tale; egli infatti è tra i pochi filosofi contemporanei ad essere rappresentante di un pensiero originale, un’ontologia vera e propria.
L’analisi dell’Essere, con la E maiuscola, nasce dall’assioma parmenideo “l’essere è, il non essere non è” e da questo stesso mantra si alimenta: una verità talmente lucida e perentoria da risultare banale per i più, ma che invece svela sfaccettature profonde ed importantissime per lo sviluppo teoretico del percorso dell’autore.
L’Essere dunque, e non il divenire: l’in fieri infatti rappresenta nella teoria del maestro qualcosa che chiaramente non-è (in quanto non compiuto, non ancora finito nel suo farsi, non ancora delineato né determinato) e dunque attiene il non-essere. È il tranello in cui sono caduti in molti dopo Parmenide, ci dice Severino, anche lo stesso Heidegger, che si è lasciato confondere dalla dimensione temporale, spostando così l’asse ontologico pericolosamente verso ciò che ci allontana dalle acque chiare e limpide della verità.
Riguardo ad Heidegger, fonte di ispirazione controversa per il filosofo bresciano, su cui discusse la tesi di laurea nel 1950, pare sia ultimamente serpeggiata la notizia che il professore di Friburgo, l’eminente pastore dell’essere, abbia letto i lavori di Severino (comprese le critiche a lui mosse) e che da questi ne risultò incuriosito, forse affascinato (“il mio nome era costantemente presente nella mente di Heidegger” cita il filosofo in un’intervista, riferendosi ad alcune fonti dirette che così lo avevano informato).
Sbaglia chi valuta o recepisce la lezione di Severino come un pensiero che si ripiega su sé stesso, nella speculazione fine a sé stessa, tutt’altro: la ricerca ininterrotta della verità lontana dalla passività, la volontà incessante di spingersi oltre i confini e lo sforzo intellettuale perpetuo avvicinano molto il filosofo ai concetti di prassi e di etica.
Si allontana invece da quei confini chiamati ultraterreni: la religione batte tutt’altri sentieri, contrapposti, destinati a non incontrarsi, metafisicamente parlando infondati, e anche, se vogliamo, “più tragici”.
Il problema degli uomini è la credenza del nulla, l’illusione che tutto ciò che esiste, prima non ci fosse e poi non ci sarà. Questa certezza nell’esistenza del divenire è una forma estrema di «nichilismo» tragico: è nichilismo perché il divenire presuppone il non essere e dunque il nulla (“L’essenza del nichilismo”, Paideia, 1972); ed è tragico perché di fatto riduce la vita ad una corsa verso la morte (il non essere).
Questa citazione racchiude tutta l’intensità e la concretezza del pensiero di Severino, che ha ispirato molti filosofi a venire. La stessa Scuola Veneziana nasce con lui e grazie a lui diventa un’istituzione, in tutto il suo prestigio e la sua autorevolezza. Con la medesima autorevolezza si contrappone alla Scuola Torinese, alla filosofia debole di Vattimo, al realismo di Ferraris, da cui dissente apertamente.
Massimo Cacciari, che su Severino si è fatto le ossa, può a buon diritto considerarsi il legittimo erede, nel suo pensiero definito allo stesso tempo accanto e contro, nonostante abbia sviluppato tematiche diverse di riflessione, ma che da questo gigante e dalla sua opera immensa ha sempre ammesso di aver potuto apprendere molto.
Severino non si definisce ateo, poiché a suo modo di vedere, ateismo e cristianesimo hanno la stessa matrice comune: un’implicita intenzione di esercitare volontà di potenza, condizione da sempre criticata da Severino; infatti ogni credere (così come ogni posizione che crede di non credere) sottintende un errare.
La ricerca della verità, da sempre obiettivo sia della filosofia, sia della religione, è fallita su entrambi i fronti: nessuna infatti è riuscita a raggiungere lo status di incontrovertibile e di non smentibile, per questo il tramonto occidentale è inevitabile.
Pensatore eclettico, il testo del 2000 “La Legna e la cenere” ben ne rappresenta la completezza teoretica, raccogliendo saggi e discussioni critiche cha spaziano dall’ontologia greca alla scienza moderna, dalla teologia alla logica, dai problemi esistenziali allo studio del linguaggio. Da evidenziare il criterio metodologico: secondo Severino per criticare qualcosa è necessario partire dal fondamento, cioè smontare dalle basi, non dalle conclusioni, come invece molti fanno (allude ai suoi critici). Della vasta bibliografia citiamo ancora, tra le sue opere più recenti, “La potenza dell’errare”, in cui l’autore sviscera la sua tesi secondo cui l’intera storia del pensiero occidentale si è costruita sull’errore di fondo precedentemente esposto e per questo è destinata ad un ineluttabile tramonto; la sua biografia sotto forma di intervista “La follia dell’angelo”, a cura di Ines Testoni, in cui l’autore, in alcuni punti, abbandona i toni normalmente austeri e rigorosi lasciandosi andare a una chiacchierata piuttosto confidenziale. Per quanto riguarda le guide alla lettura, abbiamo attinto qualcosa da “Capire Severino” di Nicoletta Cusano, in cui grande spazio è lasciato ai critici del pensiero severiniano.
Il suo è un pensiero cinico, una sorta di presa di coscienza senza repliche di quello che la realtà è (contro tutto quello che non-è), soprattutto per quanto riguarda il destino dell’Occidente, già scritto dalla sua stessa nascita, medesima sfortunata sorte dell’Europa, anch’essa da sempre destinata al tramonto.
Contro il nichilismo occidentale, che lega indissolubilmente l’essere al nulla, in difesa della metafisica delle origini, Severino persegue l’idea di un sapere stabile, definitivo, da ricercare senza sosta.
Scrittore molto prolifico (e lo è stato fino all’ultimo, alla soglia dei suoi venerabili 91 anni che avrebbe compiuto a febbraio), una mente più che lucida, un intellettuale di raro pregio, eccelso studioso dei classici, Severino è un filosofo con una sua propria filosofia, originale, fondata e articolata. Un pensiero, il suo, veicolato con una forma difficile e dalla sostanza molto complessa, per questo non sempre divulgativo e di fronte all’analisi del quale la maggior parte arretra, abbandona. Certo, ci vuole una buona dose di coraggio intellettuale per calarsi nello scenario ontologico radicale e apodittico (per non dire apocalittico) che il maestro ci presenta, ma l’indiscusso rigore di una metafisica costruita con solidità filosofica ci fa cedere al fascino potente di chi sa maneggiare con la dovuta maestria temi non facili, affermando il carattere incontrovertibile del discorso filosofico.

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