L’omicidio di Giulia Cecchettin

di Claudio Vercelli

Che pena infinita, la quale non si esaurirà con la (pressoché certa) cattura del colpevole e la sua condanna. A meno che non si sottragga, con un ultimo gesto, alla giustizia umana. (Mi permetto, in tale caso, di dubitarne, ma non ho doti di preveggenza né mi spingo a ritenermi capace di comprendere tutto, ancora meno “tutti”.) Una pena infinita poiché:

1) in molti avevamo intuito, ben presto, che le cose fossero andate per come sembrano essersi consumate concretamente (al netto dei riscontri oggettivi che gli inquirenti faranno, e quindi renderanno pubblici, a tale riguardo);

2) la vicenda, al di là dell’essere un altro caso di femminicidio, così anche di cosiddetta “cronaca nera”, o di “criminalità comune” (per usare le vecchie dizioni, assai fuorvianti, al pari dei riferimenti agli inesistenti “raptus”), parrebbe rispondere a tutti i crismi della feroce fragilità di molti che vivono i nostri tempi: possessività, narcisismo, ossessione come anche debolezza personale, ossia una rabbiosa impotenza che trasforma un presunto “desiderio” di vita in una ricerca di morte (altrui, assai più raramente propria). A modo suo è anche una specie di cartina di tornasole del rapporto tra solitudini, manie egocentriche, dialettiche capovolte tra aspettative e realtà, frantumazioni dello stesso principio di responsabilità. Beninteso, non scrivo da clinico, non essendo in alcun modo tale, ma da osservatore comune e da operatore intellettuale abituato ad elaborare anamnesi collettive, di natura storico-sociale. Queste ultime, nel descrivere un’epoca, si alimentano anche dei riferimenti ai singoli eventi, nella loro soggettività;

3) ancora una volta, soprattutto nel caso degli uomini verso le donne (ma le parti possono anche invertirsi, sia pure, nel secondo caso, con esiti spesso diversi e assai meno tragici), il deliberato fraintendimento di una relazione di possesso (vicendevolmente gabellata per “amore”, finché la vittima non se ne deve essere resa conto, cercando quindi di liberarsi da un capestro criminale e omicida) che, in realtà, è invece la spasmodica ricerca di una miscela tra finzione di normalità e compensazione da impotenza sociale e civile (quella dell’omicida, tanto per capirci);

4) il fatto che dietro all’immagine pubblica della propria persona – finché essa sussiste, quindi può continuare ad essere recitata, soprattutto nei confronti dei famigliari e del proprio entourage – ci sia invece un profondo deficit personale, una sorta di catastrofica mancanza di autonomia, così come di autostima, che si traduce nel bisogno di divorare chi, più e meglio, ha voluto invece accoglierci o comunque avvicinarci affettuosamente;

5) l’incoscienza delle famiglie – di per sé del tutto prevedibile nonché comprensibile, benché spesso non giustificabile: qualsiasi genitore sincero, mi permetto di credere, cerca di sperare il meglio per la sua prole, anche nelle relazioni sentimentali, in ciò a volte obnubilandosi – che è tuttavia sempre più spesso speculare ad una specie di omissione, ad una finzione definibile come diseducazione emotiva, la quale può porre le premesse, se non per le grandi tragedie, senz’altro per i piccoli, e quindi infiniti, fallimenti quotidiani. Che diventano microtraumi in successione, senza opportunità di riparazione. Questi ultimi sono tali non nel momento in cui rivelano l’incapacità personale di raggiungere un qualche obiettivo di vita bensì quando non si riesce a rielaborarne il lutto, ossia quella condizione per la quale si va invece oltre essi stessi, ridisegnando – quindi – piste personali di (nuova) esistenza;

6) ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, il riscontro che se il fallimento scolastico non condanna necessariamente alla marginalità sociale, professionale e quindi relazione tuttavia – almeno per certuni – prima ancora che una mancanza di cognizione, vocazione, dedizione e di intelligenza è soprattutto l’indice programmatico (quindi una specie di segnale fondamentale, un campanello di allarme) di una sorta di perversione del rapporto con sé stessi. Pertanto, anche e soprattutto con la propria immagine pubblica, ovvero con l’asimmetrico legame tra aspettative altrui (a partire dai familiari, che vogliono ricevere perlopiù notizie “incoraggianti” come riscontro della bontà del proprio operato), e ossessiva solitudine propria, quest’ultima in genere compensata da atteggiamenti di dipendenza (non importa da cosa o con chi). Posto che le dipendenze hanno sempre e comunque una radice autodistruttiva, volendo annichilire ciò che tormenta uccidendo, con esso, anche il tormentato. In questo caso, il sembiante dell’amore, ossia la (ex) partner;

7) la necessità di imparare a “difendersi” (più che all’offendersi, atteggiamento oggi altrimenti diffuso un po’ ovunque e, come tale, spesso segno non di consapevolezza bensì di narcisistica incapacità di relazionarsi con gli altri) dai fraintendimenti: ciò che chiamiamo “amore” è, a volte, un coltello a doppia lama, dove c’è chi pensa di avere dalla sua parte l’impugnatura quando, invece, ha la punta affilata che rischia di penetrare nelle sue medesime carni; magari, non prima di avere fatto strazio di quelle altrui; la cognizione che il più delle volte non si avversa (e si “odia”) chi è distante da noi ma quanti invece sono maggiormente vicini alle nostre persone, condividendone tempi, spazi e moventi, anche se ciò è solo per un attimo nella propria vita; è la vicinanza a potersi trasformare in un dramma, non necessariamente la mera lontananza.

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