Lilla Brignone

di Stefano Pironti

Il diminutivo di Adelaide, a Roma, è Lalla, e francamente non mi piaceva. Allora fu corretto in Lilla, e così me lo tenni. Sul mio essere figlia d’arte dobbiamo intenderci. Io non credo al «sacro fuoco» che si trasmette di padre in figlio. Certo, sono figlia d’arte, ma solo in senso anagrafico, tecnico. Ossia mio padre, mia madre, mia zia Mercedes e mio nonno Giuseppe Brignone facevano gli attori. Per questo sono nata a Roma, in via del Teatro Valle, in una squallidissima pensione frequentata da gente dello spettacolo. Guido, mio padre, era a quei tempi un giovane attore nomade che percorreva gli itinerari delle compagnie che gli davano lavoro e mia madre, Dolores Visconti, era una bellissima, splendida ragazza romana che lo seguiva innamorata nei suoi continui spostamenti. Così venni alla luce in Via del Teatro Valle. Era destino? Mah! Mia madre morì a soli ventinove anni, quando ero molto piccola, e mio padre cambiò mestiere: divenne regista cinematografico e si stabilì a Torino. Rimasto vedovo, con una figlia a carico, non trovò di meglio che chiudermi in un collegio. Risultato: sono una figlia d’arte che il teatro l’ha visto per la prima volta a vent’anni. Mi apparve come il regno della libertà. Fu soltanto per questo che mi ci buttai, disperatamente. Dal 1921 al 1929 fui allieva dell’Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari Italiani presso Villa della Regina, una seicentesca villa edificata dalla famiglia Savoia sulla collina torinese. Furono anni molto difficili durante i quali, seppure ancora bambina, assaporai il gusto amarissimo della solitudine, della tristezza, della malinconia. Trascorsi in collegio gran parte dell’infanzia e tutta l’adolescenza, il che fece nascere in me un radicato senso di ribellione, di protesta, di rivolta che altro non era se non il tentativo di evadere da quella prigione, seppure dorata, e di attirare su di me quelle attenzioni e quell’affetto che ogni bambino, ogni figlio si aspetta ed esige di ricevere. Ho un carattere un po’ difficile, non sono molto estroversa. E forse dipende proprio da quegli anni trascorsi in collegio. Oppure sono nata così e basta. In fondo mi piacerebbe aprirmi agli altri in pochi minuti, come fanno quei fiori giapponesi che posati nell’acqua subito sbocciano. Il mio più grande difetto è la poca sicurezza in me stessa. Nonostante un’apparente fermezza, io sono tremendamente inquieta, insicura, e questo è un’assillo terribile. Io ci sono rimasta prigioniera in collegio fino a diciassette anni e mezzo. Ci ho fatto tutte le scuole. Ma non sono stata una brava allieva. Dopo la licenza ginnasiale, che strappai a fatica, mi impuntai e dissi di no al liceo. Allora mio padre mi fece frequentare un corso di francese in un istituto, sempre a Torino. Poi, finalmente venne la libertà. Ma che libertà era la mia? Mio padre mi mise alle costole una signorina che mi accompagnava dovunque, anche quando andavo a prendere il tè dalle amiche. Ho i ricordi di una prigioniera che mordeva il freno dalla rabbia. Mio padre, occupato com’era col suo lavoro di regista, mi lasciava in collegio anche durante le vacanze estive. Quando vedevo partire le mie compagne, il mio dolore era tale che solo l’orgoglio mi frenava dallo scoppiare davanti a tutti in un pianto disperato. Allora mi sfogavo concentrando il mio odio, quell’odio che il cuore mi impediva di riversare su mio padre, sulla città di cui mi consideravo prigioniero. Quanto ho odiato Torino in quegli anni! Se avessi potuto, le avrei dato fuoco, come Nerone fece con Roma. Crescendo, diventata più matura, sono riuscita a comprendere e a perdonare la scelta di mio padre, che nel frattempo avevo imparato a conoscere e ad amare. Trovandosi solo, senza più l’appoggio né la presenza di mia madre, cercò di difendermi come meglio poteva e credeva, impiegando tutti i mezzi a sua disposizione. Naturalmente questo l’ho potuto apprezzare solo in età adulta, anche se ormai quelle ferite erano diventate già visibili a chiunque avesse imparato a osservarmi e a decifrare il mio sguardo fiero, velatamente malinconico e il mio sorriso allegro, affettuoso, ampio e fragile. Molto probabilmente papà, scosso anche dalla perdita della moglie, preferì tenermi nascosto quel mondo fatto di girovaghi, di continui viaggi e spostamenti, di pensioni o camere ammobiliate, di disagi e rinunce, di paghe tanto basse. Forse a muovere mio padre nella sua scelta fu la volontà e la necessità di assicurarmi un futuro più tranquillo, un matrimonio e un avvenire sicuri, una famiglia da accudire senza troppi pensieri. L’importante era che restassi lontana dal teatro, che lui considerava come una minaccia alla moralità di una giovane donna: sicché, tutto sommato, ci entrai innanzitutto per il gusto di disubbidire. Così, dopo la liberazione dal collegio, decisi di attuare il mio piano di vendetta nei confronti di mio padre e di rivalsa verso la vita: diventare un’attrice. Riuscii ad avere il permesso di partecipare ad una matinée, dove incontrai l’attrice Laura Adani, che mia zia Mercedes mi aveva già presentata. Rimasi talmente affascinata dalla bellezza e dall’eleganza della Adani, che mi convinsi ancora di più nel voler attuare il mio “diabolico piano”. A vent’anni, osteggiatissima da mio padre e furiosa contro chiunque volesse ostacolarmi nel mio cammino e farmi cambiare idea, presa da un accesso d’ira, decisi (come avrebbe detto la Sofia Loren di Pane, amore e…) di «suicidare me stessa», peccando però di eccessivo realismo e rischiando veramente di morire per aver ingerito un’eccessiva dose di laudano. Io allora vivevo a Roma, dove mio padre, seguendo il suo destino cinematografico, aveva traslocato da Torino. Perché filassi diritto, secondo i suoi princìpi morali, mi aveva sistemata presso una zia materna, una brava donna che facevo morire di crepacuore con le mie scappatelle. La verità è che volevo rifarmi a ogni costo del tempo perduto, della prigionia sopportata in collegio, e perciò ero anche ingiusta con chi si preoccupava del mio avvenire. A farla breve, diedi molto filo da torcere tanto alla zia-custode quanto a mio padre, il quale alla fine, sempre nella speranza di togliermi dalla testa certe fantasie, mi affidò a una famiglia di amici sicuri, quasi parenti. Ma anche qui, ogni volta che ci trovavamo di fronte, erano scenate terribili; fino a quando non decisi di sciogliere il nodo con un gesto clamoroso. Una mattina, dopo un’altra discussione con mio padre circa il mio avvenire, spinta da un impulso irresistibile afferrai una bottiglia di laudano che mi era capitata davanti e la vuotai d’un fiato. Pensavo, nella mia incoscienza, di dare una lezione a tutti quelli che ai miei occhi avevano la gravissima colpa di ostacolare la mia corsa verso il teatro e la libertà. Mi ritirai nella mia stanza e qui caddi di colpo in un sonno profondo: un sonno di morte. Mi salvò la mia quasi zia, che mi teneva in custodia. Preoccupata perché non davo segni di vita, venne a vedere cosa mi era successo e capì subito che non c’era tempo da perdere. Infatti chiamò un’autoambulanza che mi portò, ormai priva di sensi, al Policlinico. Me la cavai proprio per un filo. E non dimenticherò mai il mio risveglio all’ospedale, con mio padre terrorizzato e addolorato per quella tragedia improvvisa e io che, appena ripresa coscienza, mi attaccavo a lui gridando: “Non voglio morire! Salvami papà!”. E mio padre, facendosi forza, cercava di consolarmi, dicendo che non era niente, che presto mi sarei rimessa e non avrei più pensato di ricorrere a simili ragazzate. Papà, di fronte a tanta caparbietà e a un simile gesto, non riuscì più a tenermi testa e finì col cedere. Mi concesse tre anni di tempo per affermarmi, pur accettando di aiutarmi economicamente per il sostentamento e per l’acquisto del guardaroba: in quegli anni gli attori, per poter entrare a far parte di una compagnia, dovevano essere già provvisti dei loro abiti e dei loro costumi di scena. Tutto questo, però, ad una condizione: dalla maggiore età, ovvero al compimento dei 21 anni, avrei dovuto provvedere a me stessa in modo autosufficiente, perché, mi disse, “non servono a niente le esperienze fatte con un padre alle spalle”. Non vedevo l’ora di essere messa alla prova, tanto da accettare d’essere diretta proprio da mio padre nel film Teresa Confalonieri, che fu il mio debutto cinematografico. Assieme all’aiuto e alla complicità di sua sorella Mercedes, si adoperò per cercare l’occasione giusta affinché finalmente potessi capire cosa realmente volessi fare, e se questa mia idea di diventare attrice fosse davvero solo un capriccio, una ripicca, oppure l’inizio di un avvenire insospettato. Sono certa che questo episodio, e la sua conseguente capitolazione, siano serviti a consolidare e a ricreare il nostro rapporto, che gli eventi, il lavoro, la vita avevano contribuito a mettere in crisi e a far vacillare. Da quel momento ebbi per papà un amore, un rispetto e una devozione tali da lasciare tutti senza parole. Per mio padre avevo avuto sempre grandissima stima e affetto. Come tutti gli uomini che non hanno tempo da dedicare personalmente ai figli, credeva di mettersi a posto la coscienza facendomi impartire un’educazione e un’istruzione compitissime e severe. Sognava per me un matrimonio come si deve, con un signore, per poter stare tranquillo. Non si rendeva conto delle mie inquietudini. Ero un’autentica contestatrice. Volevo libertà e non ne avevo. Volevo essere autonoma, fare esperienze nuove, misurare le mie possibilità, e mio padre per tanti anni non era riuscito a capirmi. Poi tutto cambiò tra noi due. Il momento più doloroso della mia vita è stato senz’altro la morte di mio padre, nel 1959. Allora, mia zia Mercedes, che all’epoca lavorava nella compagnia di Kiki Palmer, riuscì a farmi avere una possibilità. Nonostante le avesse detto onestamente della mia totale inesperienza e impreparazione, la Palmer mi scritturò lo stesso. Andammo insieme a Firenze, dove la compagnia di Kiki Palmer stava preparando la messinscena de La famiglia Barrett di Rudolf Besier. Il caso volle che stessero cercando una giovane per interpretare il ruolo di Bella. Io naturalmente ero al settimo cielo, però… non avevo voce, né preparazione, a quel tempo ero grassa, ignoravo ciò che viene chiamato il sacro fuoco dell’arte. Il fatto poi di appartenere ad una famiglia di attori come quella dei Brignone non mi toccava per niente. Ad ogni modo, mi misi a lavoro, chiusa in una pensioncina di Firenze, leggendo fino a farmi bruciare gli occhi. Ogni tanto venivano a trovarmi gli amici di mia zia, gli altri attori della compagnia: Camillo Pilotto e Luigi Cimara, soprattutto. Con loro facevo la spavalda, dicendo d’essere sicura di cavarmela per il meglio. Zia Mercedes scuoteva la testa e non fiatava. Durante il periodo delle prove Kiki Palmer era molto soddisfatta di me. Ma poi arrivò la sera del debutto… E lì mi sentii improvvisamente come svuotata. Inutilmente tutti mi fecero coraggio. “Non entro in scena, ho paura”, dichiarai recisamente. Mi presero per pazza. Comunque la compagnia cominciò lo spettacolo regolarmente, il mio turno veniva solo al secondo atto. Nell’intervallo, ricordo che Luigi Cimara mi venne vicino, mi mise un braccio sulla spalla e cominciò a parlarmi come ad una figlia bizzosa. “È inutile”, lo rimbeccai, “io la parte non la faccio”. “Non preoccuparti di questo”, mi rispose, “entrerà un’altra al tuo posto”. Cosi dicendo mi portò in quinta e qui, a tradimento, quando scattò il momento della battuta, mi spinse in palcoscenico con un colpo di ginocchio sul fondo schiena. Per un attimo, stentai a rendermi conto di quello che era successo; poi misteriosamente si fece in me una grande calma ed entrai nella parte, cominciando a recitare. Quella provvidenziale spinta di Cimara rappresentò di fatto la svolta del mio percorso. Mi fece superare l’ostacolo, anzi, il gradino: da quel giorno, infatti, tutte le volte che entro in scena faccio un piccolo salto, come se scavalcassi un gradino, ed è il mio modo di aver paura e di affrontarla.

PHOTO Italian actor Giorgio Albertazzi and actress Lilla Brignone are having lunch together at the Cucurucu restaurant, Rome 1966. (Photo by Archivio Cicconi/Getty Images)

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