L’IA non può andare in archivio

di Bruno Figliuolo

Una volta, a Roma, dovevano essere i primissimi anni Ottanta del secolo scorso, ebbi la fortuna di assistere a una cordiale conversazione privata tra Lopez e Del Treppo, che erano molto amici. Si parlava di come sarebbe cambiata la storiografia con l’avvento di sempre più sofisticati computer. Lopez pensava che il lavoro bruto (elenchi, tabelle etc.) sarebbe allora stato completamente a carico di questi ultimi e che allo storico sarebbe rimasto il compito di interpretare; Del Treppo concordava solo parzialmente con lui, giacché, come già avveniva con le calcolatrici, i dati bisognava prima trovarli, sceglierli, interpretarli, organizzarli, e solo dopo si potevano immettere nel circuito.
Ieri ho consegnato a una gentile e brava collega un saggio molto impegnativo, non solo perché lungo oltre 62.000 caratteri, ma perché ricco di sfumature interpretative su temi assai sdrucciolevoli. Dopo pochi minuti me ne è giunto il riassunto (vulgariter abstract), elaborato dall’IA. Era perfetto; e io felice, perché odio dover occuparmi di questa operazione, della cui vera utilità peraltro dubito: ho visto fare recensioni basate sulla semplice lettura di questi svogliati riassuntini.
Ora, però, l’IA può addirittura sostituirmi nell’interpretazione di ciò che è noto, accumulando e rielaborando per esempio tutti i dati e tutte le posizioni critiche contenute in centinaia di lavori sui Comuni, per esempio; ma non può andare in archivio. Il lavoro bruto che Lopez immaginava ormai di poter gettare tutto sulle spalle delle macchine torna all’uomo, e lo nobilita, per qualche anno almeno ancora.
Ma se l’IA può scrivere – e bene – un libro di sintesi, forse può anche … (Continua. Forse)

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