L’eredità immateriale di Elio Petri

di Natale Luzzagni

Il 10 novembre 1982 se ne andava Elio Petri. Per un curioso incrocio del destino in quello stesso giorno moriva Leoníd Il’íč Bréžnev, monumentale simbolo del Soviet Supremo.
Elio Petri aveva solo 53 (la mia stessa età, quella del povero Pasolini), un bagaglio di undici lungometraggi diretti, il riconoscimento internazionale e innumerevoli progetti mai realizzati.
In quello stesso anno, l’82, quando ancora l’Italia festeggiava il trionfo spagnolo, Petri doveva dar vita al set di “Chi illumina la grande notte?”, il film del rilancio dopo l’infausta sorte di “Todo modo” (1976) e l’insuccesso di “Buone notizie” (1979). Il protagonista designato era Ugo Tognazzi, ma il film sembrava immaginato e costruito per essere affidato all’interpretazione di Marcello Mastroianni.
Nel 2021 ho dedicato a Petri un volume, “Parola solenne. Dialoghi e visioni nel cinema di Elio Petri”. Oggi completo il mio lavoro su di lui con “Elio Petri. Volevo far sapere. Dichiarazioni alla stampa”, un libro che uscirà a breve, tra dicembre e gennaio. Contiene un rilevante e selezionato numero di articoli con interviste, interventi e notizie relative ai suoi set, ai suoi progetti, al suo piacere di argomentare. È un patrimonio di ritagli e di materiali che rischia di essere seppellito tra la polvere degli archivi storici. Il percorso, dal 1960 al 1983, individua una incursione nelle vicende del cinema italiano (i casi di censura, le battaglie dell’Anac, le “Giornate del cinema italiano” a Venezia, le evoluzioni dell’estetica cinematografica, il cinema “politico”) che è l’occasione per ridisegnare la storia di una lunga stagione di suggestioni filmiche.
È il completamento di un lavoro che “devo” ad un Signore del cinema che, fino alla fine, ha prestato fede alla sua personale idea di giustizia e libertà.
Vi lascio, in conclusione, un breve estratto del ricordo che Ugo Pirro, in occasione della retrospettiva veneziana del 1983, dedicò all’amico Elio:
«Altri amici sapranno di più di questi suoi ultimi anni. Ma la sua ultima sceneggiatura, quella che non realizzò, svela la qualità dei suoi tormenti, la sua cieca delusione, la profezia della sua fine. La malattia fu il suo capolavoro, convinse tutti che credeva nella sua guarigione, mentendo agli altri, non a se stesso. Almeno questa è la mia convinzione. Così estimatore di Hitchcock, Petri costruì intorno a se stesso un rebus che non si può sciogliere nemmeno ora che si conosce il suo finale tragico. Forse anche la malattia che avanzava nel suo corpo forte, nella sua intelligenza straordinaria, alla fine ha impedito che il suo ritratto privato possa avere quella nitidezza d’immagine, quella verità ineccepibile che egli ha portato con sé».
Lunga vita al ricordo di Elio Petri.

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