Le vittime chiedano perdono

di Claudio La Rocca

Qualcuno l’ha notato? Leggo sul «Corriere della sera» (18 luglio, p. 3)  che Roggero, il gioielliere condannato per duplice omicidio, avrebbe dichiarato: «Aspettavo che le famiglie delle vittime ci chiedessero perdono per aver distrutto una famiglia. Per noi è un disastro economico». Non credo si possa esagerare la natura stravolgente di una dichiarazione del genere. L’omicida si aspetta la richiesta di perdono dai congiunti degli assassinati. Basterebbe questo. Ma si notino le parole, anzi si noti la parola. Roggero non dice  «aspettavo che le famiglie dei rapinatori ci chiedessero perdono»: sarebbe già indegno da parte di chi li ha giustiziati. Ma – non è un dettaglio – riesce ad usare il termine “le vittime” (le sue) e ad associarlo ad una pretesa di quel genere. Per riuscire anche solo a formulare linguisticamente una frase del genere ci devono essere molti meccanismi mentali che non funzionano, bias, distorsioni cognitive. Non  mi interessano quelli personali del gioielliere, coinvolto comunque in un evento tragico. Ma quanto c’è dietro.
Mi spiego. Qualcuno avrà letto il libro di Daniel J. Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler, nel quale lo storico cercava di individuare, dietro le scelte omicide non di singoli, ma di masse di persone, i tedeschi comuni del periodo nazista, quali fossero i modelli cognitivi che le avevano promosse o consentite. Parlava di tratti assiomatici “muti”, ossia di modelli di interpretazione del mondo che non vengono esplicitamente pronunciati: che costituiscono una conoscenza culturale (dunque collettiva) di fondo, che è  spesso “trasparente” per quelli che la usano, nel senso che è ciò attraverso cui vediamo, ma raramente qualcosa che vediamo. Nel caso dei tedeschi comuni, era costituita – è la tesi di Goldhagen – da un insieme di convinzioni che davano luogo ad un «antisemitismo eliminazionista». Bene, mi chiedo quale modello cognitivo muto e invisibile consenta di formulare un pensiero – ed un enunciato – del tipo di quello citato del gioielliere, senza rendersi conto della sua aberrazione; e quanto sia diffuso, consentendo ad altre persone, nel leggerlo, di non sobbalzare, di non sentire nessuna dissonanza cognitiva.  Nella frase di Roggero c’è anche il sottinteso – lasciato lì come una ovvietà – che la famiglia “distrutta” è quella che subisce il “disastro economico”, non quella che perde un familiare, anche qui una assunzione tacita: che quanto conta sono i soldi, non le vite.
I tratti assiomatici muti, i presupposti nascosti dei nostri ragionamenti, si creano lentamente, ma non per caso. Si diffondono e rischiano di affermarsi, se restano – e restiamo – muti.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *