Le memorie di Gehlen

di Gianluca Falanga

LE “MEMORIE” DI GEHLEN

Reinhard Gehlen non è l’unico dei grandi giocatori della guerra segreta dei servizi che si è combattuta nella Guerra fredda ad avere usato l’autobiografia come strumento per costruire e curare il proprio mito. Il suo diretto avversario Markus Wolf fece lo stesso, ma molti anni dopo, a partita chiusa, diciamo. Il caso di Gehlen però è originale, non tanto perché la leggenda sembra essere per molti inscalfibile, ma piuttosto perché servì a falsare, anzi a celare l’essenza stessa del suo progetto nella storia. Il che non è poco (con Wolf faremo i conti un’altra volta).

Tre anni dopo il suo pensionamento (forzato) nel 1968, Gehlen si precipitò a pubblicare le sue cosiddette memorie autobiografiche, intitolate Der Dienst (in Italia: Servizio segreto). La prima edizione uscì nel 1971 (in Italia per Mondadori nel 1973) accompagnata da una serie di 14 articoli sul settimanale Der Spiegel a firma dei giornalisti Hermann Zolling e Heinz Höhne, successivamente raccolti in volume, sotto il titolo Pullach Intern. La serie su Der Spiegel, frutto di una collaborazione del servizio coi giornalisti a reciproco vantaggio delle parti, provocò un discreto scandalo nel mondo politico, per il BND il male minore: piccole concessioni alla curiosità dei giornalisti erano il prezzo per ottenere una narrazione accuratamente mediata e concordata, tutto sommato positiva e legittimante della sua storia fino a quel momento. Pullach intern e le “memorie” di Gehlen sono state fino al 2011, per i più, le fonti principali per conoscere la storia del servizio segreto tedesco.

Le “memorie”, come rivelano documenti declassificati, furono scritte con l’assistenza di un gruppo di lavoro del servizio (AG Historie) appositamente formato presso la centrale del BND a Pullach. Gehlen ne aveva preparato da tempo un canovaccio e intervenne sulle bozze elaborate dall’AG H. La stesura vera e propria fu affidata a un ghostwriter di rango, una firma illustre del giornalismo conservatore, il redattore (ne sarà anche direttore) del quotidiano Die Welt, Wilfried Hertz-Eichenrode alias “Hermelin”, perché anche lui come tanti giornalisti dell’epoca era gestito dal servizio come “contatto” (Gehlen usava il termine Sonderverbindungen, “collegamenti speciali”) dell’ufficio della presidenza del BND, cioè dello stato maggiore di Gehlen. Attenzione: il sistema delle relazioni BND-giornalisti è una storia lunga e articolata che non può essere banalizzata riducendo i giornalisti a mere pedine del servizio, prezzolati o “agenti”, tali relazioni erano considerate necessarie proprio per addomesticare o strumentalizzare la stampa, che era sostanzialmente libera e dunque insidiosa per il lavoro del servizio e per i governi, ma su questo non mi dilungo oltre.

Le “memorie” furono dunque un’opera a molte mani che doveva assolvere a varie funzioni. Una di queste era coprire l’ingloriosa dipartita di Gehlen, che lasciava un’organizzazione afflitta dagli scandali (caso Felfe, Spiegel-Affäre e numerosi altri meno noti) e in profonda crisi, con intere strutture in ginocchio, quella messa peggio era il controspionaggio, letteralmente demolito dalle spie doppie del KGB e della Stasi, che approfittarono sistematicamente della ricattabilità dei tanti criminali di guerra imbarcati per volere di Gehlen negli anni Cinquanta. La gravità della crisi, provocata dai grossolani errori di Gehlen, restò nascosta all’opinione pubblica (non agli alleati della NATO) e il suo successore Günther Wessel impiegò oltre un decennio per mettervi riparo, riorganizzando e rimettendo in sesto un servizio perché fosse all’altezza dei suoi compiti. Gehlen aveva perso da tempo la fiducia di Adenauer e, nonostante fosse riuscito a mantenersi al timone anche oltre il tramonto del cancelliere, conduceva da anni un’esistenza apatica, assente, come il fantasma di se stesso. Aveva fatto il suo tempo: il quadro politico generale era intanto notevolmente mutato, governava la coalizione socialliberale, la Ostpolitik di Willy Brandt ambiva a una rivoluzione copernicana nelle relazioni fra i blocchi in Europa e si era formata nell’opinione pubblica tedesca una nuova sensibilità critica verso l’eredità ingombrante del passato nazista.

Nelle “memorie” fu costruita e lanciata l’immagine di Gehlen maestro dello spionaggio, figura capace che a capo della quasi leggendaria intelligence militare Fremde Heere Ost le aveva indovinate tutte ma era rimasto inascoltato. Il volume era anche un pamphlet contro la politica brandtiana e la ristrutturazione interna del “suo” servizio intrapresa da Wessel, ma – cosa più importante – forniva al BND quel mito fondativo di cui aveva bisogno per serrare i ranghi nella crisi e che è rimasto vigente fino ai giorni nostri.

La principale funzione della narrazione presentata nelle “memorie” di Gehlen era dunque quella di fissare e diffondere una versione dei fatti utile alla reputazione del servizio e alla figura storica del suo fondatore: la leggenda del generale che offrì agli americani gli archivi e la sua competenza di capo dell’intelligence militare tedesca sul fronte orientale, divenendo il fondatore del futuro servizio informativo della Repubblica federale, non un traditore né un mero mercenario ma il salvatore della continuità statale tedesca oltre il tracollo totale della nazione in quanto iniziatore della prima istituzione di uno Stato tedesco post-nazista non ancora nato. Questa vulgata, elaborata a tavolino, è stata smontata pezzo per pezzo dagli storici della commissione indipendente, finanziata con soldi pubblici, che dal 2011 ha avuto accesso agli archivi del BND e con una serie di (finora) 14 studi pubblicati (fra i quali una nuova biografia di Gehlen di oltre 1400 pagine) ha cominciato a riscrivere la storia delle origini del BND fino al 1968.

La novità più significativa emersa dall’accesso alle carte è questa: la storia che Gehlen, di propria iniziativa, volesse fare un servizio segreto, salvando un segmento delle strutture informative dello Stato maggiore dell’esercito (OKH= Oberkommando des Heeres) ponendole sotto tutela americana e quindi, rovesciando la prospettiva, che gli americani fossero interessati all’offerta “spontanea” di Gehlen perché era bravo, sapeva tante cose sull’organizzazione militare dell’Urss e disponeva di reti spionistiche rilevabili, non solo è una storia in larghissima parte falsa ma servì come copertura per ben altra operazione, che doveva restare segreta: l’Organizzazione Gehlen fu creata come scialuppa di salvataggio per traghettare lo Stato maggiore delle forze armate (OKW= Oberkommando der Wehrmacht) oltre la disfatta verso la riorganizzazione di una forza militare tedesca nelle condizioni del nuovo ordine politico e internazionale postbellico. Questo progetto (quello di un’intelligence tedesca al servizio americano era invece secondario e in sostanza funzionale a ben altra progettualità) trovò l’appoggio delle autorità militari americane che favorirono l’impiego di ex ufficiali dell’OKW nell’Organizzazione Gehlen, fino alla costituzione nell’Ottobre 1950 del cosiddetto Amt Blank, precursore del Ministero della Difesa di Bonn e, per quanto riguarda il personale, costola dell’Organizzazione Gehlen.

In altre parole, l’Organizzazione Gehlen doveva essere il porto sicuro per formare un corpo di ufficiali tedeschi disposti a lavorare sotto influenza americana, elementi come Friedrich-Wilhelm von Mellenthin, Adolf Heusinger, Hans Speidel, che si ritenevano idonei e che avrebbero potuto assumere ruoli di livello in una futura alleanza militare occidentale, estesa anche ai tedeschi, quando questi erano ancora disarmati e privi di un governo. Il piano rispondeva sia al desiderio dei militari tedeschi, memori dell’esperienza del post Prima guerra mondiale, di assicurarsi una qualche continuità istituzionale nonostante la completa liquidazione della Wehrmacht, sia all’interesse degli americani, consistente nel recupero non tanto delle competenze dell’intelligence tedesca o di chissà quali segreti, bensì delle (queste sì ambite) capacità e competenze della “parte migliore” (meno compromessa coi crimini nazisti) della dirigenza militare tedesca, in un’ottica politica ovvero la prospettiva del riarmo della Germania come partner in una futura comunità di difesa del mondo occidentale.

Insomma, Gehlen agì non di propria iniziativa ma mosso da una precisa volontà maturata in ambito militare alla luce della sconfitta che si approssimva, un piano che coinvolgeva interi pezzi dello Stato maggiore del quale Gehlen aveva fatto parte, resta da capire a partire da quando e quali soggetti istituzionali americani decisero di sostenere questo piano tedesco o se addirittura furono loro a incoraggiare i generali tedeschi a muoversi in quella maniera. In fondo, in altri ambiti meno sensibili come il recupero di beni culturali e opere d’arte (ricordate Monuments Men?) oppure dei tecnici e scienziati tedeschi gli americani pianificarono il loro intervento per tempo e in maniera molto precisa. Perché non avrebbero dovuto farlo anche con gli ufficiali tedeschi, che (a differenza del personale dei servizi informativi) stimavano e consideravano in prospettiva realisticamente indispensabili? Su questo punto c’é ancora da lavorare.

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