Le lettere di Werner Kaegi a Delio Cantimori

di Nicola D’Elia

Recensione al libro “Animus comune. Le lettere di Werner Kaegi a Delio Cantimori (1935-1966)“, a cura di Patricia Chiantera-Stutte, Pisa, Edizioni della Normale, 2020, prezzo 38 euro.

È difficile sottovalutare l’importanza dei carteggi di Delio Cantimori che si sono venuti pubblicando negli ultimi decenni. Soprattutto quelli con studiosi che intrattennero con lui una corrispondenza epistolare intensa e prolungata nel tempo – è il caso di Roland H. Bainton e Gastone Manacorda, i quali furono legati a Cantimori da sincera amicizia – si sono rivelate fonti alquanto preziose per ricostruire più approfonditamente la sua complessa e controversa biografia intellettuale. Lo stesso vale per il carteggio con lo storico svizzero Werner Kaegi, che ha visto recentemente la luce.

La corrispondenza consta di oltre trecento lettere che i due studiosi si sono scambiati in un arco di tempo ultratrentennale e risulta di particolare interesse per la ricchezza di informazione che offre al lettore. Dunque, non si può che salutare con approvazione l’edizione dell’epistolario, promossa dalla Scuola Normale Superiore di Pisa, nonostante il valore dell’opera sia fortemente ridimensionato dalla scarsa accuratezza filologica con la quale essa è stata preparata, che ha dato luogo a vistose inesattezze ed errori grossolani. Ma questo aspetto sarà da trattare in altra sede.

Qui preme invece segnalare come il carteggio fornisca elementi fondamentali per contestualizzare in modo più preciso la travagliata vicenda dell’edizione tedesca di Eretici italiani del Cinquecento – l’opera maggiore di Cantimori –, che fu realizzata a Basilea proprio grazie all’iniziativa di Kaegi. Lo scambio epistolare tra i due storici delinea uno svolgimento dei fatti sensibilmente diverso da quello finora noto sulla base della posteriore testimonianza dello stesso Kaegi, che conviene riportare estesamente: “Trovavo che il libro dovesse venir tradotto, per avere diffusione ed efficacia fuori dell’Italia. Così, per parlare con Cantimori, lo invitai, proprio durante la guerra, a fare una conferenza, che egli tenne, nei giorni più freddi dell’inverno 1941-1942, nella Historische und Antiquarische Gesellschaft di Basilea. […] Venimmo a parlare dei suoi Eretici e gli chiesi se avesse già pensato a una traduzione tedesca. Rispose che era già in rapporto con un editore di Lipsia. Allora divenni più grave e parlai del probabile sviluppo della guerra in Russia e dell’imminente destino di Lipsia. Quando anche Cantimori divenne pensieroso, feci la proposta: ‘Se mi affida la traduzione, prometto che per la fine della guerra avrà in mano il libro pronto, stampato da un editore di Basilea’. Il discorso era temerario, ma Cantimori assentì e ruppe le trattative con il suo editore di Lipsia. Pensavo che avrebbe potuto assumersi la traduzione un mio amico o un laureando. Questi piani andarono poi in fumo, e in conclusione mi rimase addosso la mia incauta promessa. Così, negli ultimi anni di guerra trascorsi le vacanze di primavera in un albergo per sciatori sul Wengernalp e tradussi il libro di Cantimori nelle lunghe sere con le finestre oscurate. […] Scrissi gli ultimi capitoli nei giorni di marzo del 1945 […]. Il libro è uscito nella versione tedesca non alla fine della guerra, bensì solo nel 1949, dopo che Fred Luchsinger ebbe controllato, fin dove era possibile, tutte le citazioni e le note ed ebbe aggiunto una pregevole appendice biografica” (W. Kaegi, Ricordo di Delio Cantimori, in «Rivista storica italiana», LXXIX, 1967, 4, pp. 891-892).

La versione di Kaegi contiene diverse imprecisioni, che proprio il suo carteggio con Cantimori consente di correggere:

1) non è vero che egli avanzò la proposta di traduzione nel 1942, durante la visita del collega a Basilea. Così scriveva nella cartolina postale del 19 febbraio 1941: “Abbiamo parlato del Suo libro con Gabetti che era qui qualche settimana fa e ne è nata l’idea di una traduzione. Ho fatto la proposta al nostro migliore editore a Basilea, a Schwabe; egli sarebbe disposto a stampare […]. Cosa ne dice Lei? Non ci manca che il Suo consenso e quello dell’Editore Sansoni” (p. 39). Cantimori rispondeva a stretto giro di posta il 22 febbraio, manifestando la sua entusiastica approvazione: “Sono gratissimo e lietissimo della Sua così gentile e cara idea, e dell’interesse che ha saputo destare nell’editore per il mio lavoro. Io dò senz’altro il mio consenso. Scrivo a Sansoni affinché dia il suo” (Ibidem). E nella successiva cartolina del 26 febbraio aggiungeva: “D’accordo con Federico Chabod, direttore della collezione nella quale è uscito il mio libro, e con l’editore Federico Gentile (Casa Editrice Sansoni) Le rispondo (anche per la casa Benno Schwabe): io come autore rinuncio volentieri a ogni compenso: è un tale piacere per me, e un tale onore, esser ‘pubblicato’ a Basilea, e dalla umanistica casa Schwabe, che non c’è bisogno d’altro! L’editore non può rinunciare ai suoi diritti, per ragione di principio, ma si accontenterà d’una somma minima. Così mi ha promesso: vorrebbe una lettera di Schwabe per sé” (p. 40). Dunque, gli accordi per l’edizione tedesca di Eretici italiani del Cinquecento furono presi rapidamente nella seconda metà del febbraio 1941, ben prima del viaggio di Cantimori in Svizzera;

2) nel carteggio non si fa mai riferimento a trattative in corso da parte di Cantimori con un editore di Lipsia per la traduzione del suo libro;

3) non è vero che la traduzione fu ultimata nel marzo del 1945. La cronologia corretta è indicata nel messaggio esultante inviato a Cantimori il 21 aprile del 1943 da Interlaken, che annunciava: “Carissimo amico, oggi 21 aprile, alle tre e mezzo ho finito la traduzione dell’ultima pagina del Suo libro […]” (p. 74).

Dunque, la corrispondenza tra Kaegi e Cantimori getta nuova luce sulla vicenda dell’edizione tedesca di Eretici italiani del Cinquecento, che rimane a tutt’oggi l’unica in lingua straniera dell’opus magnum cantimoriano. Essa vale certamente come il frutto più notevole della peculiare amicizia tra i due studiosi, nutrita dal “filoitalianismo” dell’uno e dal “filoelvetismo” dell’altro (p. 141).

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