Le grandi dimissioni

di Marta Vicari

I numeri contenuti qui dentro sono impressionanti così come le storie di chi lascia un lavoro non perché se lo possa permettere ma «per sopravvivere. […] perché non ce la fa più, perché è in bornout, per prendersi cura dei propri cari». Si lascia il lavoro nonostante l’ansia di non sapere come pagare l’affitto, perché i ritmi sono inumani, le paghe insufficienti, l’ambiente lavorativo tossico, il rispetto del tempo libero inesistente, il mito della fedeltà al lavoro e della devozione imperante. «Il problema della descrizione di un luogo di lavoro come una famiglia, un matrimonio, un hobby o una passione è che questa lettura tende a falcidiare tutte le regole che normano il rapporto lavorativo». Riuscire a rapportarsi al lavoro dunque come semplice lavoro, in un mondo che porta a identificarsi con il proprio lavoro e a considerarsi fortunat* ad averne uno, diventa allora «una forma di insubordinazione, una prassi guidata dalla mancanza […] di gratitudine» ma anche un atto di resistenza. Il lavoro non ci ama e non ci definisce.
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Leggere il capitolo dedicato alla sanità pubblica (al suo prosciugarsi a vantaggio di quella privata) mentre attendevo il mio turno in Pronto soccorso è stata una coincidenza spiazzante e pesante.

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