L’Armata Rossa nel giorno della memoria

di Helena Janeczek

A ridosso del Giorno della Memoria – cioè oggi – da noi è scoppiata l’indignazione perché la Russia non è stata invitata alla cerimonia di Auschwitz.
Se ne fa portavoce Angelo d’Orsi twittando – “Alla decisione del Museo di Auschwitz, di escludere la Russia dalle celebrazioni del 27 gennaio, non si può che rispondere con Hemingway: “Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”.
Io all’Armata Rossa devo letteralmente la vita.
Ha liberato mia madre, sebbene non più a Auschwitz ma più a ovest, dove i nazisti pensavano di poter difendere le loro conquiste, inclusi gli ebrei da sfruttare a morte. Per questo, a casa mia, c’erano i dischi del coro dell’Armata Rossa, e alle feste mio padre tirava fuori la vodka e cantava “Kalinka”.
L’Armata Rossa, decisiva per l’esito della guerra con la vittoria a Stalingrado e liberatrice di Auschwitz era però l’esercito dell’Unione Sovietica. Composto da soldati di tutte le repubbliche dell’URRS: ucraini, bielorussi, kakazi, georgiani e chi più ne ha più ne metta.
Uno storico come d’Orsi lo sa, ma ritiene lo stesso che solo la Russia sia rappresentante legittima dell’Armata Rossa.
E trova risonanza perché, nell’immaginario comune, a sinistra, si vuole ricordare che i nazisti non li hanno sconfitti gli americani, ma “i russi”, soprattutto. Quei “russi” che, però, erano anche sovietici, cioè parte di una società senza classi e divisioni tra i popoli. E dunque diversi da un esercito imperialista e colonialista.
Uno storico non dovrebbe ignorare che la narrazione della “Grande Guerra Patriottica”, nata sotto Breznev, cioè in tempi di dura restaurazione, sia l’unico mito sovietico passato intatto alla Russia di Putin. Perché è fondativo di un’identità segnatamente nazional-imperialista. L’eroiche forze del Bene, sotto la guida di Mosca, compiono ancora una volta l’estremo sacrificio per sconfiggere il Male, i nazisti. È sulla base di questa narrazione che l’Ucraina attuale, con i suo presidente ebreo (e russofono) diventa “nazista”.
Questa versione dei fatti oggi non risulta oltraggiosa solo ai cittadini ucraini a cui, con la violenza bellica estrema, viene negato di essere altro che russi o “piccoli russi”, bensì a tutte le popolazioni non russe dell’ex blocco sovietico. Non solo ai polacchi e ai baltici, ma anche ai veri ex cittadini sovietici: i georgiani, i kazaki, i mongoli ecc. contestano quella narrazione che li contempla soltanto come coloni. E con più rabbia perché questa agisce ancora anche su come viene reclutato l’esercito della Federazione russa. Colpiti dalla leva, usati come “carne da cannone”, sono principalmente gli uomini poveri e non etnicamente russi. Gente pescata in Siberia, nel Dagestan, in Baschiria e in altri luoghi di cui non sappiamo neanche bene dove cercarli sulla mappa. E questo non solo perché dà meno problemi, ma anche perché l’ideologia russa di oggi è razzista, suprematista – il ruolo guida spetta ai russi bianchi e ortodossi – e, come da tradizione, anche antisemita.
Lavrov, il ministro degli Esteri, il più navigato di mondo degli uomini al servizio di Putin, se ne è uscito qualche mese fa con un sillogismo antisemita: Zelensky è nazista perché anche Hitler era un po’ ebreo.
In più, questa messa sull’altare della patria della “Grande Guerra Patriottica” e, dunque, dell’Armata Rossa equiparata all’Armata Russa, consente di censurare la storia sino all’invasione tedesca dei territori sovietici.
Il patto Hitler-Stalin è tabù, cancellato dai libri di testo.
Eppure è stato fondamentale per le conquiste naziste a ovest (e in Africa) e per la creazione dei ghetti nella Polonia occupata.
Gli ebrei, soprattutto a est, erano già marcati con la stella, fuorilegge, sottoposti all’arbitrio di vita e di morte. Esistevano i campi di concentramento – non di sterminio -, Auschwitz I cominciava a entrare in funzione. In preparazione dell’Operazione Barbarossa per la conquista di ancora più “spazio vitale”, si cominciava a discutere della Soluzione Finale. Che ha cominciato a essere messa in pratica grazie alla disfatta sovietica, visto che Stalin non era preparato all’aggressione di Hitler, suo alleato.
Oggi commemoriamo la Shoah che, orribilmente, continua a essere un unicum nella lunga storia di quelle dominazioni che producono persecuzioni, schiavismo, pulizia etnica e persino genocidio.
E sì, a mio avviso, esiste una ragione perché la scelta del museo di Auschwitz (che non è il governo polacco) sia perlomeno problematica. Lo sterminio degli ebrei ha toccato anche gli ebrei russi, cioè quelli che vivevano nei territori della Russia (e non ucraini, bielorussi, baltici, polacchi ecc.) E in più c’erano i soldati ebrei a combattere nell’Armata Rossa.
Vasilij Grossman, a cui dedico questo post era nato a Berdičev, in Volhynia, regione russa, poi brevemente riconquistata dai polacchi e, dal 1920, ucraina. Nei suoi libri – tradotti splendidamente da Claudia Zonghetti – ha reso la più completa testimonianza letteraria su quello che sono stati la Shoah, la guerra e lo stalinismo, da quelle parti del mondo.
Come giornalista in forza all’Armata Rossa, Grossman insieme a Ilija Eren’burg, sin dalla fine del 1944, aveva messo assieme un documento di 500 pagine su tutto quello che accadeva agli ebrei sovietici sotto occupazione nazista: “Il libro nero.”
In URSS fu possibile pubblicarne solo un estratto, in yiddish. Ma nel 1948 anche quello venne mandato al macero, mentre i committenti, il comitato ebraico antifascista sovietico, fu disciolto e accusato di essere un covo di “sradicati cosmopoliti”, formula chiave delle campagne antisemite di Stalin.
La Memoria, se è viva, richiede un collegamento con il presente che è – giocoforza – conflittuale e politico. La destra italiana, per esempio, non gradisce per niente che si menzioni anche il Porrajmos, lo sterminio degli “zingari”.
“Il Libro nero” è stato pubblicato per la prima volta solo con l’impero sovietico appena dissolto. Nel 1991, a Kyiv.
Testimonia del collaborazionismo ucraino e di molte popolazioni a cui i tedeschi apparivano offrire la possibilità di rivalersi sull’oppressione sovietica. Un storia dove coincidono vittime e carnefici, terribile da farci i conti.
Tenersi stretta l’Armata Rossa, con una citazione di Hemingway – che non ha mai messo piede sul Fronte orientale – è più rassicurante. Ma il Giorno della Memoria non dovrebbe servire a questo.

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