L’amara necessità di combattere contro la propria patria. I dilemmi degli antifascisti italiani nel nuovo libro di Eugenio Di Rienzo

British Prime Minister Winston Churchill aims an automatic gun during a visit to an arms factory somewhere in England in June 1941 during World War II. (AP Photo)

di Fabio Libero Grassi

“Al loro posto, che cosa avrei pensato? Al loro posto, che cosa avrei fatto?” Questo è stato l’interrogativo che mi ha suscitato quasi ogni pagina del nuovo libro di Eugenio di Rienzo, Sotto Altra Bandiera. Antifascisti italiani al servizio di Churchill, Vicenza, Neri Pozza, 2023. Poiché Eugenio Di Rienzo è un grande storico, ancor più che nel recente e fondamentale D’Annunzio Diplomatico e nelle opere su Benedetto Croce non vediamo in scena astratte logiche della storia ma uomini concreti alle prese con aspri dilemmi morali e non di rado alle prese con sé stessi, con i meandri della propria personalità. Da ciò si è già compreso che si tratta di un libro appassionante, che si basa su documentazione, soprattutto britannica, in buona parte nuova.

Per i protagonisti di questo volume, antifascisti non comunisti e spesso anticomunisti, era confortante pensare che la Seconda Guerra Mondiale non fosse una guerra tra Stati ma, secondo la definizione di Benedetto Croce, una “guerra di religione” tra la libertà e la tirannide, e che quindi la “patria” fossero i principî della libertà e della parità in dignità di tutti i componenti del genere umano contro dittature improntate a “ideali” di supremazia razziale, e quindi le Nazioni che quei principî difendevano. In tal modo, si può osservare, assumevano un’ottica uguale e parallela a quella dell’impostazione socialista classica quale rilanciata con forza, sia pure con qualche deviazione tattica, dal movimento comunista: se Mosca era per antonomasia “la casa”  dei comunisti, Londra e Washington erano “le case” dei democratici e dei liberali. Questa interpretazione della guerra, che peraltro noi posteri possiamo ritenere fondamentalmente corretta, legittimava sia concettualmente sia moralmente il collaborare con le potenze che erano in guerra con l’Italia, fino al punto di spingere prestigiosi esponenti dell’antifascismo emigrato ad arruolarsi nello Special Operations Executive, il braccio violento dell’intelligence inglese posto sotto il comando diretto e monocratico dell’inquilino di Downing Street

Il dilemma si riproponeva però ancor più doloroso nel momento in cui questi antifascisti furono costretti a constatare che la guerra di Churchill era anche una guerra vendicativa contro l’Italia come tale, una guerra contro un paese che aveva osato sfidare la supremazia britannica nel Mediterraneo e nel Mar Rosso, e quindi una guerra in cui la compartecipazione degli italiani alla lotta contro il nazifascismo, dopo l’armistizio di Cassibile, era vista poco meno che come fastidioso ostacolo a una pace punitiva che ricordasse una volta per tutte chi doveva comandare tra Gibilterra e Suez. Su questa base, un regime conservatore e perfino reazionario, incarnato dalla coppia Vittorio Emanuele III-Badoglio ma amico e docile, come quelli iberici e quello greco, a Churchill andava benissimo. Noi sappiamo che quest’ottica era, nella sua grettezza, anacronistica e perfino un po’ patetica. Ma né i britannici né gli antifascisti italiani lo sapevano.

Dopo una breve e profonda premessa, il libro comincia la trattazione con Croce, che tra tutti gli uomini politici presi in esame è quello che maggiormente esitò ad augurarsi la sconfitta della propria patria. Più esattamente, fino al 25 luglio rifuggì del tutto dall’augurarselo e solo dopo l’8 settembre ammise implicitamente che il “right or wrong, my country” in quello scontro supremo tra valori non poteva valere. Lo seguiamo quindi sia nelle sue meditazioni “sui massimi sistemi” sia nella sua concreta lotta politica, per esempio contro il fiacco e infido Bonomi (come e perché quest’uomo possa essere stato due volte presidente del consiglio in due tra i momenti più critici e tragici della storia d’Italia io ancora non l’ho capito). Mi è più facile capire Facta in quanto colonnello di Giolitti.

Al pensatore Croce fa seguito un leggendario uomo d’azione quale Emilio Lussu. Dalle interessantissime e rivelative pagine che lo riguardano emerge che fu l’unico campione dell’antifascismo rispetto a cui gli angloamericani furono tentati di affidare prima del 25 luglio un’azione armata di liberazione nella sua Sardegna da inserire poi in un Commonwealth mediterraneo insieme a Malta, la Sicilia e le isole che l’attorniavano. E, d’altra parte, sappiamo che in Jugoslavia gli angloamericani non esitarono ad appoggiare Tito nelle sue pretese su Istria, Trieste, Venezia Giulia.

Il lungo capitolo su Alberto Tarchiani e la Mazzini Society ci mostra la difficoltà degli esuli italiani negli Stati Uniti nel fronteggiare i sentimenti largamente filofascisti della vasta comunità di immigrati non politici. Dopo il 7 dicembre 1941, ovviamente, ci furono molte opportunistiche conversioni, tuttavia Tarchiani, Salvemini, Sforza e gli altri non riuscirono mai a ottenere il riconoscimento politico a cui aspiravano: anche per gli USA, in fin dei conti, qualunque altra considerazione era superata dall’obiettivo di non avere nessun debito morale verso gli italiani e di avere le mani completamente libere nel dettare la pace. Questo tema sottende anche il capitolo su un altro dei generali senza esercito dell’azionismo italiano, Aldo Garosci.

Segue la tortuosa vicenda umana e politica di Max Salvadori, che sembra uscita dalla penna di un perverso romanziere. Il suo triplogiochismo non può certo essere lodato. Forse però credette davvero di star facendo qualcosa di utile per l’Italia. Me la cavo con queste vaghe e perplesse annotazioni: leggendo questo capitolo forse mi capirete.

Con l’ultimo capitolo, quello su Leo Valiani, subentra un altro tema scottante, quello dell’esecuzione senza processo di Mussolini (in violazione dei termini del lungo armistizio di Malta). Con un’esame di grande finezza delle carte e delle testimonianze l’autore mostra che la tesi di un determinante ruolo britannico a spingere il Comitato Liberazione Alta Italia a prendere quella decisione, realizzatosi tramite la persona di Salvadori e di Valiani è, se non inconfutabile, estremamente plausibile. Del resto, come è noto, subito dopo la liberazione Churchill sentì l’irrefrenabile esigenza di andare a dipingere acquarelli dalle parti di Como…

Le conclusioni di questo bellissimo libro si concludono in modo apertamente non conclusivo, perché allargano la questione al pragmatico atteggiamento di Togliatti: dopo la liberazione socialisti e azionisti volevano ancora combattere quel poco o forse quel tanto che restava del fascismo, comunisti e democristiani si preoccuparono di cooptare quei fascisti (non pochi) che potevano essere loro utili. Superfluo dire chi ebbe maggior fortuna elettorale nell’Italia repubblicana.

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